Pubblicati da nicola

James Wan – da Saw e Insidious al Conjuring Universe e Aquaman: intervista agli autori

La redazione di Edizioni NPE ha intervistato Nico Parente ed Edoardo Trevisani, autori del primo saggio italiano dedicato al regista del momento. Perché dedicare un volume a James Wan? NP «Anzitutto perché ingiustamente mancava, poi perché Wan è uno degli ultimi artigiani prestati alle nuove frontiere dell’horror. Non ha mai celato, d’altronde, i suoi riferimenti principali, tutti grandi maestri del genere: da Carpenter a Hooper sino al nostro Argento. È proprio questo suo stretto legame col cinema che più amo che mi ha convinto a fare dei suoi lavori oggetto di studio». ET «Perché Wan è uno degli autori più importanti nel panorama horror odierno, ha la capacità di far convivere la sua predilezione per il cinema indipendente con le prerogative dell’odierna industria cinematografica. È un personaggio unico e il suo lavoro merita uno sguardo più approfondito». Come avete strutturato il lavoro? NP «Essendo quella di Wan una filmografia, seppur concentrata in pochi titoli, molto vasta grazie a sequel, spin-off e via dicendo, siamo partiti da una suddivisione dei titoli da analizzare sulla base dei propri gusti personali e da lì abbiamo dato vita a un volume, involontariamente, omogeneo». ET «Si è trattato di individuare gli elementi chiave della cinematografia di Wan e una volta fatto è venuto fuori un percorso che attraversa tutto il suo universo creativo. Si tratta di un viaggio nel quale si incontrano figure come Leigh Whannell, che è stato uno dei collaboratori più importanti di Wan, o presenze inquietanti come la bambola Annabelle e John Kramer». James Wan ha dato vita a un vero e proprio “Universo del Terrore”. Viene trattato anche l’intero The Conjuring Universe nel vostro lavoro? NP «Assolutamente sì. Pur essendo il “The Conjuring Universe” un mondo che vede Wan impegnato soprattutto, oltre che come autore, in qualità di supervisore, non potevamo certamente eludere il “The Conjuring Universe” dall’analisi. È un’operazione affascinante, che vede diversi validi nomi, come ad esempio Gary Dauberman, gravitare attorno a Wan. Personalmente ho anche avuto l’opportunità di visitare il set di The Nun, ovviamente tutto riportato all’interno del volume, e devo ammettere che il “The Conjuring Universe” è un mondo, un universo meglio, talmente oscuro e intrigante del quale credo non ci libereremo molto facilmente. E non solo per esigenze di mercato». ET “The Conjuring Universe” è un vero e proprio fenomeno cinematografico, ogni film sbanca puntualmente il botteghino e allo stesso tempo esplora le nostre paure e le nostre inquietudini. Si tratta di un universo in un certo modo antologico, nel senso che racchiude diverse tematiche care all’horror classico, come le case stregate, le possessioni diaboliche, le bambole viventi e le ripropone in un’ottica nuova, sconcertante. Wan in questo modo ci ricorda che le buone storie funzionano sempre e che quelle dell’orrore, in particolare, non smetteranno mai di parlarci di noi stessi. Che ci piaccia o no».   Avete provato a coinvolgere Wan nel progetto? NP «Certamente i tentativi non sono mancati, ma Wan è ormai una macchina inarrestabile e un vero e proprio “fenomeno” sulla scena. Poter ottenere un’intervista per il libro avrebbe comportato ritardi assurdi, senza poi magari ricavarne molto. Avrebbe certamente impreziosito il lavoro, ma devo ammettere che l’assenza di Wan dal volume ha certamente reso più obiettiva l’analisi. In compenso ha commentato, piacevolmente sorpreso, la cover del volume sui nostri social». ET «Mentre eravamo alle prese con il libro, era impegnato in diversi progetti, questo lo avrà reso più irreperibile del solito. Ma chissà, magari in futuro avremo modo di farci raccontare qualcosa, del resto non sembra abbia nessuna voglia di fermarsi, né come regista né come produttore!». Wan è ormai un […]

“Storia degli effetti speciali” presenta: Jim Henson, l’artigiano dei sogni

Il mondo degli effetti speciali è costellato da tante innovazioni, tecniche e “trovate” di qualche tipo – quest’ultime se vogliamo a volte pure parecchie banali – che sono però state assolutamente geniali e funzionali nelle loro applicazioni. Grazie all’impegno degli artisti e dei tecnici dell’effetto speciale è stato possibile portare sul grande e sul piccolo schermo universi, mondi alternativi, mostri e alieni o qualsiasi altra idea in grado di eccitare la nostra immaginazione. Tra gli esponenti più importanti e innovativi di questo mondo, e che tanto hanno dato con le proprie creazioni all’immaginario collettivo, c’è di sicuro Jim Henson, il papà dei Muppet. Regista, sceneggiatore, burattinaio, inventore a più livelli (è stato anche un animatore e un cartoonist), Henson nasce il 24 settembre del 1936 a Greenville negli Stati Uniti. Inizia ad appassionarsi a quello che poi sarà la sua vita lavorativa già durante l’adolescenza quando, alla fine degli anni Quaranta, vede in televisione i primi spettacoli realizzati con i pupazzi di Burr Tillstrom e Cora Baird. La televisione lo porta in quel mondo incantato dove pupazzi di legno prendono vita e fatalmente ne rimane affascinato. Inizia così a sviluppare i suoi primi pupazzi già a scuola lavorando per la WTOP-TV, una stazione televisiva per studenti, nello show televisivo The Junior Morning Show. Successivamente realizza il suo primo spettacolo televisivo intitolato Sam and Friends dove si intravedono le basi dei suoi futuri successi. Si trattava di uno show di circa 5 minuti, elaborato per la stazione televisiva WRC-TV, in cui vede la luce, anche se in maniera embrionale, uno dei suoi personaggi più famosi: Kermit la rana. Lo show va avanti dal 1955 fino al 1961 e ottiene un discreto successo. Dopo il diploma si iscrive all’università del Maryland per seguire il corso di Economia domestica, laureandosi nel 1960. Henson conosce proprio in questo corso alcuni creatori di burattini che lo introducono all’arte della creazione e della tessitura fornendogli parecchie nozioni che lui farà sue e che rielaborerà con successo nelle sue prime creature. Ancor prima però, nel 1958, mette in piedi la sua Muppets Inc. che diventerà subito dopo la The Jim Henson Company, occupandosi da subito di video pubblicitari. Henson capisce che con i suoi pupazzi può mettere in scena qualsiasi argomentazione e interpretazione, trasformando degli oggetti inanimati in qualcosa di vivo e di reale. La sua ricerca fa passi avanti proprio in questo senso, modificando lo stato dell’arte di allora.  Decide infatti di costruire non più dei pupazzi in legno ma in gomma piuma, per differenziarne le forme e rendere i burattini più espressivi; studia i movimenti e le battute per una migliore recitazione; elimina le corde che la tradizione usava per il movimento degli stessi, sostituendole con delle stecche attaccate agli arti che permettevano una migliore manovra e quindi una più efficace posa espressiva degli stessi personaggi; sincronizzava l’apertura della bocca secondo il tipo di suono che il personaggio emetteva, non più quindi un’apertura “a casaccio”; inventò diverse soluzioni per fare in modo che i suoi personaggi potessero “vivere di vita propria”, quindi apparentemente slegati dall’animatore umano (in una scena Kermit va in bicicletta); stabilisce che le forme e i caratteri dei pupazzi devono adesso riflettere la loro personalità e migliora lo spazio di presentazione delle animazioni. I riflettori sul suo lavoro arrivano quando Henson realizza Sesame Street, un programma didattico espressamente rivolto ai piccoli telespettatori in cui una folta schiera di pupazzi dai caratteri più svariati, si combinano tra loro in situazioni umoristiche e riprese in live action con l’obiettivo di insegnare qualcosa. Lo show va avanti dal 1969 fino al 1990 e fa la […]

Basquiat – about life: intervista agli autori

La redazione di Edizioni NPE intervista Fabrizio Liuzzi e Gabriele Benefico, autori dello splendido Basquiat – about life. Perché avete scelto di raccontare proprio la vita di Jean Michel Basquiat? GB: Perché è un artista che mi ha sempre affascinato, per le opere, per la vita, per New York e per come ha rivoluzionato il sistema dell’arte del secondo novecento. FL: Intanto perché è poco nota rispetto a quella di altri artisti nonostante sia altrettanto e forse persino più interessante. Ma anche perché Basqiuat è in qualche modo il “simbolo” di una rivoluzione. Com’è nato questo progetto? FL: Come ci capita spesso, da un’idea di Gabriele, dalla sua voglia in quel periodo di disegnare Basquiat e le sue opere. GB: Per il gusto di disegnare la NY anni ’80 avevo realizzato solo una sequenza, finita poi nel volume, in cui Basquiat parla per la prima volta con un suo dipinto, l’ho mostrata a Fabrizio e di lì tutto il resto. È corretto definirla una biografia? FL: Dovendolo classificare sì, ma le classificazioni sono spesso limitanti. Il nostro è un viaggio nella mente e nell’arte di Jean Michel Basquiat; Non una cronologica sequenza di fatti, ma un caotico susseguirsi di ricordi in punto di morte e i ricordi, come si sa, sono influenzati dalle emozioni, dalle sensazioni. Un viaggio immaginario certo, ma basato su un solido lavoro di documentazione. GB: Io l’ho sempre definita una Non-biografia, ci sono già libri, film e documentari che raccontano l’artista, ma non esisteva un fumetto e niente che lo raccontasse in questa maniera. Abbiamo immaginato e inventato tutti i momenti onirici del libro, siamo partiti dalla biografia, da molti momenti fondamentali nella sua vita e gli abbiamo fatti a pezzi, ci siamo approcciati al volume come Basquiat ai sui dipinti. C’è un messaggio che volete dare raccontando questa storia? “The Same Old Shit”, l’espressione gergale da cui nacque il tag “SAMO©”. Senza tradurla letteralmente, ma cogliendone il senso fatalista: le cose non cambiano, i problemi restano tali, il dolore, se c’è, non scompare anche se diventi ricco e famoso, anche se ottieni il successo che ti eri prefissato.   Com’è nata la vostra collaborazione? Avete altri progetti insieme? GB: lavoriamo insieme da anni e continueremo anche con i prossimi progetti in cantiere. Il gruppo di lavoro al completo prevede anche l’illustratore Gianfranco Vitti. FL: è nata oltre 10 anni quando l’allora fidanzato e oggi marito di mia cugina mi presentò il suo cugino artista Gabriele. Da allora abbiamo iniziato a collaborare sia nel realizzare storie che nel tenere corsi e laboratori fondando poi il collettivo LABO (la scuola di fumetto di Taranto, NdR). Abbiamo diversi altri progetti, tra questi c’è in ballo un’altra possibile biografia e poi ci sono Le indagini di André Dupin (Lavieri Edizioni) che portiamo avanti con Gianfranco Vitti. Cosa vi aspettate per Basquiat – About Life? FL: almeno un paio di ristampe, edizioni in diversi paesi del mondo e tanti riconoscimenti… chiedo troppo?! A parte gli scherzi, l’unica reale speranza è che possa essere apprezzato da chi sceglierà di leggerlo. La più grande soddisfazione per un autore sono gli apprezzamenti dei lettori. GB: Magari un Keith Haring – about life o un Robert Mapplethorpe- about life? Basquiat – about life Liuzzi Fabrizio – Benefico Gabriele Collana: Nuvole in Tempesta Formato: 21×30 cm, cartonato, 64 pgg. tricromìa b/n e rosso ISBN: 9788894818338 Prezzo: € 19,90 Puoi acquistare Basquiat – about life, cliccando qui

Storia degli effetti speciali: intervista all’autore

La redazione di Edizioni NPE ha intervistato Giovanni Toro, autore dell’ultimo saggio di Edizioni NPE Storia degli effetti speciali, interamente dedicato al mondo degli effetti speciali. Il tuo volume è un concentrato di informazioni  sugli effetti speciali. Che cosa ti ha spinto a scrivere un libro come questo? Sono cresciuto praticamente tra due piccole sale cinematografiche del mio paese. Approfittando del fatto che mio padre faceva il proiezionista in una di queste ho avuto l’opportunità di sgattaiolare in sala parecchie volte e vedere moltissimi film già dall’età di 8 anni. Superman, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Lo Squalo, Star Wars sono solo alcuni dei film che ho iniziato a vedere in quella sala. Poi per tutti gli anni ’80 ho visto moltissime altre pellicole ma nell’altro cinema del paese, perché nel frattempo quello in cui lavorava mio padre era stato chiuso… Un inizio col botto allora! Sì, è vero (sorride)! Mio padre poi faceva il proiezionista pure a casa perché di tanto in tanto noleggiava delle pellicole in 16 mm e così si continuavano  a vedere altri film con tutta la famiglia come Elliott il drago invisibile, Mary Poppins, il primissimo Uomo Ragno live e molti altri ancora. E ogni volta che finivo di vedere pellicole di quel tipo mi chiedevo puntualmente come fosse possibile che esistessero delle cose di quel genere, allora credevo che i film fossero roba vera! Gente che volava, cartoni che interagivano con le persone, astronavi immense che solcavano gli spazi siderali e sparavano a tutto quello che vedevano o che credevo che vedessero, perché ero davvero troppo piccolo per capire i vari livelli narrativi di Guerre Stellari, ad esempio. Era tutto assolutamente straordinario. Insomma, ne fui travolto e meravigliato come solo un ragazzino di quella età poteva fare, senza schemi precostruiti o blocchi di qualche tipo; e pur di capirne sempre di più cercavo addirittura di “rimontare” quegli effetti a casa. Mi ricordo ancora quando uscì dal cinema dopo aver visto l’indimenticabile Superman di Richard Donner con il compianto Christopher Reeve, e me ne andai di corsa dai nonni. Ero eccitato per quello che avevo visto e la colonna sonora mi girava ancora in testa mentre in strada puntavo le braccia in avanti imitando il personaggio che mi aveva appena colpito! Giunto a casa presi un foglio di cartoncino e disegnai al volo una città dall’alto con strade ed edifici. Poi rubai tutte le torce elettriche che riuscii a trovare e le misi a terra, posizionandole vicino ad alcune zone del disegno. Nella mia testa quella disposizione doveva rappresentare una città in notturna vista dal cielo, con i lampioni accesi per le varie strade! Poi presi due sedie e le posizionai lateralmente al disegno mentre su un’altra frontale posai un ventilatore. Dopo aver disposto il tutto, spensi le luci della stanza, accesi le torce e il ventilatore e fu in quel momento che decisi di mettermi sdraiato su quelle sedie con il pancino rivolto nel vuoto. Le braccia erano conficcate tra la struttura dello schienale di una delle due sedie, protese avanti e dritte mentre con il resto delle gambe mi sorreggevo sull’altra sedia. Un pazzo scatenato! Il vento tra i capelli, il guardare quella finta città dall’alto, il buio notturno determinata dalla stanza buia mi riportarono immediatamente agli effetti speciali visti poco prima nella pellicola di Superman. Stavo volando come quel tipo! “Ecco come hanno fatto!” esclamai ad alta voce. Nel mio piccolo avevo ricreato, in maniera parecchio casareccia ovviamente, le basi di quell’effetto. Avevo capito qualcosa che stava alla base della lavorazione di quel film. In effetti Christopher Reeve volava davanti ad uno […]

Nosferatu: dal cinema al fumetto

di Ninni Radicini e a cura della redazione Ispirato al romanzo Dracula di Bram Stoker (pubblicato nel 1897), il film Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922) fu diretto da Friedrich Wilhelm Murnau su un adattamento di Henrik Galeen, che ne rielaborò la storia e i personaggi (nomi e caratteristiche) sebbene ciò non valse a evitare un contenzioso con i detentori dei diritti d’autore dello scrittore irlandese, al punto che fu stabilita la distruzione del film, di cui il regista tedesco riuscì comunque a salvare una copia. Celeberrimo lungometraggio di genere horror, Nosferatu è uno dei film più noti della cinematografia tedesca durante gli anni della Repubblica di Weimar (1918-1933), caratterizzata da innovazioni sia nel settore tecnico sia nelle strutture narrative, che hanno determinato una svolta storica nelle modalità di realizzazione e sono state di esempio per gli autori delle generazioni successive. In Nosferatu la vicenda narrata e i protagonisti sono al centro di molteplici valutazioni psicoanalitiche e sociologiche con cui si è cercato di risalire alle origini della sua ideazione, ipotizzando riferimenti alla contemporaneità e metafore la cui densità è paragonabile solo a quanto poi avvenuto con la filmografia di fantascienza statunitense degli anni Cinquanta. Insieme con le interpretazioni metafisiche è plausibile che anche gli sviluppi nell’attualità del periodo abbiamo avuto effetto nelle scelte degli autori. Nosferatu il vampiro – ovvero il Conte Orlok – potrebbe anche rappresentare l’insieme delle potenze dell’Intesa, vincitrici del primo conflitto mondiale, che a Versailles nel 1919 inflissero sanzioni ingenti alla Germania con conseguenze economiche e politiche considerate motivo di quanto accaduto nella successiva fase storica tedesca. Knock – l’agente immobiliare a cui Orlok si rivolge per acquistare una casa in Germania – può essere considerato, per la sua ambiguità, colui che manovra dall’esterno conoscendo, meglio degli altri, le caratteristiche di ognuno dei personaggi principali. Hutter – l’impiegato di Knock che finirà per agevolare, senza volerlo, le intenzioni di Nosferatu – è il rappresentante della piccola-media borghesia che per ambizione, seppure in modo ingenuo, si presta ai disegni oscuri di potenze avverse. Ellen – la moglie di Hutter – rappresenta il cittadino che si sacrifica con l’auspicio di sconfiggere chi vuole sottrarre risorse al popolo tedesco. Nosferatu nasce nel 1443, l’anno in cui Vlad II (Vlad Dracul) inizia un suo, ulteriore, periodo di governo della Valacchia (regione storica nell’area meridionale della Romania, a Sud della Transilvania) con il titolo di Voivoda (“Duca”), fino al 1447 (la fase precedente era stata dal 1436 al 1442). Vlad II è il padre di Vlad III, detto l’Impalatore, anch’egli governatore della Valacchia, la cui notorietà deriva dall’avere utilizzato nei confronti degli Ottomani gli stessi metodi che essi usavano contro i popoli cristiani d’Europa. Vlad III è considerato il corrispondente storico del personaggio letterario di Dracula, sebbene questi abbia riferimento più rilevante alle leggende sui vampiri proprie del folklore carpatico-danubiano poiché l’origine di Vlad III è storicamente modificata nel romanzo di Stoker. La Transilvania è una regione centro-occidentale della Romania, di antichi e persistenti legami con il mondo germanico, dato che nel XII secolo un gruppo di Sassoni si stanziò nell’area per la difesa del territorio che al tempo era il confine meridionale del Regno di Ungheria (Siebenbürgen è la denominazione in tedesco della Transilvania). Il 1443 è anche l’anno della Crociata di Varna, una spedizione di regni europei nei Balcani per fronteggiare l’espansionismo ottomano, condotta da un’alleanza di potenze baltiche, mitteleuropee e danubiane, conclusasi in modo negativo. Nella narrazione di Nosferatu, Varna è uno dei luoghi in cui si diffonde la peste. Intorno al film, durante e dopo, si sono aggregate situazioni e personalità dal profilo marcato. Max Schreck […]

La redazione di Edizioni NPE: intervista a Stefano Romanini

La redazione di Edizioni NPE intervista… la redazione! Una breve chiacchierata con il capo-redattore e ufficio stampa Stefano Romanini, parte del team NPE insieme ad Angelo Zabaglio, Valeria Morelli e Gloria Grieco.   Da sinistra: Stefano Romanini, Chris Weston, Nicola Pesce, Miguel Angel Martin, Ivo Milazzo   La figura del redattore è tra le più complesse della redazione: lavorando sul genere del graphic novel con quali figure deve rapportarsi quotidianamente il redattore e quali sono le sue principali mansioni? La figura del capo-redattore deve necessariamente unire più aspetti della casa editrice: è innanzitutto il primo vero lettore di una proposta, infatti prima ancora che seguirne le fasi della realizzazione, passo dopo passo (coordinando il lavoro dell’autore con quello del service editoriale che ne curerà poi la correzione e la realizzazione dell’impaginato finale), dovrà conciliare il proprio gusto personale con quello della casa editrice e con l’orientamento del suo catalogo, dovendo scegliere anche in base alla maggiore o minore adattabilità del prodotto con quello che viene pubblicato di solito dal proprio editore. Questa valutazione è a tutela non soltanto di un risultato efficace in termini di vendite per l’editore, ma consente anche all’autore stesso di essere scelto sulla scorta di alcune caratteristiche: un redattore di una casa editrice che si occupa principalmente di libri per ragazzi non può pensare di valorizzare un’opera di saggistica dedicata ai maestri del fumetto italiano, per quanto validi possano essere i contenuti del volume. Così come una casa editrice che si occupa di horror avrà difficoltà a valorizzare una proposta di fumetto umoristico. Con l’amico Enzo Rizzi in un lontanissimo 2010: primo autore diventato grande amico di Stefano Romanini   Com’è rapportarsi con gli autori? Quali sono le difficoltà principali nel farlo? Quali sono le principali mansioni di un redattore nel lavorare sulla pubblicazione di un graphic novel? Quale mansione risulta essere la più impegnativa? Quale criterio si utilizza per la scelta di un testo da pubblicare?  Nel rapportarsi ad un autore molto spesso ci si deve spogliare delle vesti di redattore e si devono indossare necessariamente quelle di psicologo: molto autori non hanno ben chiara la prospettiva “commerciale” del loro prodotto, affidandosi a valutazioni personali che non tengono conto della fruibilità/vendibilità della loro proposta. Sta al redattore avere il tatto di mantenere vivo l’entusiasmo dell’autore, pur adeguandolo o uniformandolo ad alcune esigenze di natura editoriale che possano valorizzare meglio il progetto e garantire così all’editore, ma prima ancora all’autore stesso, una vendibilità maggiore. Una copertina fatta in un certo modo, una cover cartonata anziché brossurata, un prezzo contenuto, possono essere delle armi vincenti di cui tenere conto, che spesso gli autori sacrificano in nome dell’artisticità del loro progetto, magari proponendo volumi con grandi foliazioni, con formati bizzarri o con sceneggiature cervellotiche e poco scorrevoli. Stefano Romanini con Ciucciolo, bodyguard ufficiale degli uffici di Edizioni NPE   Un redattore è forse il primo critico ed il primo “amico” dell autore: che tipo di interventi richiede un testo di graphic novel rispetto ad altri generi  e quali competenze sono necessarie per essere un redattore di testi di questo tipo di elaborati? Il lavoro del redattore consiste nel ricevere la proposta, valutarla e infine approvarla. Dopo l’approvazione, la proposta viene seguita passo dopo passo nella sua realizzazione, fino alla consegna finale dell’autore. A quel punto il progetto passa al service editoriale che ne curerà la realizzazione grafica dell’impaginato: anche questa fase dovrà essere monitorata dal redattore in tutti i suoi aspetti. Ognuna di queste fasi risulta impegnativa allo stesso modo. Quale/i  sono stati i testi/o su cui ti è piaciuto di più lavorare e su quale/i  hai avuto […]

I luoghi di Lovecraft: intervista al curatore

  Volete mangiare del buon pesce a Innsmouth? Sognate di organizzare la vostra luna di miele sulle Montagne della Follia? Vi piacerebbe assaggiare una ricetta tipica delle Terre del Sogno? A poche settimane dall’uscita in pre-ordine I luoghi di Lovecraft registra già record di vendite: la prima guida ai luoghi raccontati dal solitario di Providence nelle sue opere è sicuramente uno dei grandi successi del 2018 targati Edizioni NPE. La redazione ha voluto intervistare il curatore del progetto, Michele Mingrone, che ci racconta alcuni aneddoti legati alla genesi di questo folle e incredibile volume. Chi sono Michele Mingrone, Sara Vettori e Caterina Scardillo I Luoghi di Lovecraft è un’opera nata dal lavoro di tre persone. Michele Mingrone, che sarei io, curatore dell’opera e responsabile di buona parte dei testi; Sara Vettori, che ha illustrato tutto il volume; Caterina Scardillo, grafica, impaginatrice e calligrafa. Oltre a noi, hanno partecipato quattro bravissimi autori, ognuno con un capitolo: Andrea Meucci, Federico Guerri, Enrico Panzi e Mehdi Ben Temime. Come è nata l’idea del progetto I Luoghi di Lovecraft? Ho una vera fissazione per i luoghi immaginari della letteratura, da Paperopoli a Hogwarts, dall’Isola del Tesoro di Stevenson alle Città Invisibili di Calvino. L’idea di una guida turistica di luoghi inesistenti mi girava in testa da tempo: da appassionato di Lovecraft ho trovato naturale scegliere la sua opera. Quando è nata la vostra passione per il solitario di Providence? Per me intorno ai 12-13 anni, grazie a un Urania trovato in edicola: Colui che sussurrava nel buio. Caterina lo ha scoperto al liceo grazie a un fumetto: i Miti di Cthulhu di Alberto Breccia, di cui già amava il lavoro sul Mort Cinder di Oesterheld. Per Sara galeotto fu H.R. Giger e le sue illustrazioni del Necronomicon.   È stato complesso realizzare il volume? Non è stato facile: si trattava di unire in modo armonico ironia e filologia, testi e illustrazioni, impaginazione e calligrafia, linguaggio d’epoca e sensibilità moderna, horror e… ricette di cucina! Sicuramente ci siamo divertiti moltissimo a realizzarlo. Perché avete pensato ad Edizioni NPE per la pubblicazione? Ci siamo ispirati in modo maniacale alle guide turistiche del primo ‘900 e cercavamo un editore che ci permettesse di valorizzare quest’aspetto. L’abbiamo trovato in NPE: dei veri professionisti, appassionati, empatici e grandi amanti del mondo di Lovecraft. In quale città lovecraftiana vi piacerebbe soggiornare? Io scelgo Innsmouth: immagino vi si mangi del pesce freschissimo, cosa che apprezzo molto. Sempre che il pesce, ovviamente, non mangi te. Sara vorrebbe dare una sbirciatina nella biblioteca di Arkham e visitare la spettrale Rue d’Auseil al suono della viola di Erich Zann. Caterina è legata a Salem, in particolare per l’immaginario della donna-strega all’interno del folklore americano. Il vostro racconto preferito di Lovecraft? Io e Caterina abbiamo una passione particolare per Il colore venuto dallo spazio, mentre Sara ha un debole per Le montagne della follia. Avete altri progetti in cantiere? Ci piacerebbe dedicarci ad altri luoghi immaginari della letteratura, mantenendo la formula della guida turistica.

Sergio Tisselli: la storia del Maestro tra acquerelli, gli Appennini romagnoli e battaglie nel selvaggio West

Sergio Tisselli è nato a Bologna il 24 gennaio 1957, città in cui si è laureato in storia moderna con una tesi sulla peste che colpì il capoluogo emiliano nel 1600, dalla quale l’artista stesso avrebbe successivamente tratto la sceneggiatura per la storia a fumetti intitolata La costellazione del cane. Fu quest’opera, all’epoca ancora inedita, a colpire Magnus al punto tale che il Maestro puntò, senza indugi, su Sergio per illustrare i tre volumi de Le avventure di Giuseppe Pignata, poi pubblicati dal compianto Luigi Bernardi a partire dal 1993. Il Maestro Roberto Raviola non fece in tempo a vedere pubblicata l’intera opera perché la malattia lo colse nell’autunno del 1993, a Castel del Rio, portandocelo via il 5 febbraio successivo. Risale a quei giorni l’amicizia che mi lega a Sergio, grazie soprattutto alle celebrazioni alidosiane organizzate in ricordo di Roberto. Nel frattempo Sergio si era trasferito a Vado, in comune di Monzuno, per cui ci legava l’Appennino ma anche e soprattutto una cultura fumettistica abbastanza simile: oltre a Magnus, anche Toppi, Battaglia… e il West. Il fatto di vivere nei pressi di Monzuno lo porta a frequentare vari artisti, che gravitano attorno al paesino appenninico e, dall’amicizia con questi nascono interessanti collaborazioni: la tappa successiva a “Pignata” sarebbe stata quella de Le avventure di Kim, liberamente tratte dal romanzo di Kipling, in seguito ad un viaggio in India, dapprima realizzate per la rivista «Mondo Erre» e poi rielaborate e raccolte in volume, grazie alla collaborazione di Valerio Rontini per i testi. È quindi il momento de La locanda dei misteri, per i testi di Maurizio Ascari, cui fanno seguito i disegni per i racconti intitolati Il Satanone Bolognone e L’iperbolica Pomata, scritti da Marco Caroli, quindi le illustrazioni per il volume Quarzo tesoro nascosto con la collaborazione dell’amico Giovanni Degli Esposti Venturi e quelle del libro dedicato a Don Zambrini, assieme al pittore monzunese Raffaele Bartoli. Per la rivista locale «Sevena Setta Sambro» disegna La storia della Bellosta che ballò col diavolo, su testi dello storico locale Adriano Simoncini e in collaborazione con l’amico Lucio Filippucci realizza le copertine di Martin Mystère – L’integrale, per Hazard Edizioni, mentre per i testi del professor Giovanni Brizzi disegna i due volumi a fumetti intitolati Occhi di Lupo e Foreste di morte. Risalgono a quel periodo I tarocchi dei pellerossa e I tarocchi vichinghi, per Edizioni Lo Scarabeo e le numerose collaborazioni con Angelo Nancetti per il MUF di Lucca, confluite in vari portfoli contenenti illustrazioni legate al West e ai nativi d’America, nonché in alcuni volumi e in varie storie a fumetti scritte dallo stesso Nancetti, tra le quali mi pare doveroso ricordare Giacomo Puccini, La Bersagliera e soprattutto Guerre di Frontiera disegnata a quattro mani con Renzo Calegari. A partire dall’anno 2009, in collaborazione con Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, Sergio realizza varie illustrazioni su commissione della Regione Emilia Romagna – Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali, che vengono esposte in alcune mostre a tema dal titolo Nove passi nella storia, Il mondo in un paese e In cerca dell’altrove. È quindi il momento della collaborazione con la casa d’aste Little Nemo Edizioni di Lugano, per la quale Sergio concretizza varie illustrazioni per tre nuovi portfoli sul West e sui nativi Americani, nonché per il volume intitolato 51 storie sugli indiani d’America, scritto da Renato Genovese. A partire dall’anno 2004 ho avuto l’onore di coinvolgerlo, in quel di Castel del Rio, nelle giornate in ricordo del Maestro Raviola e, nell’ottobre del 2008, toccò a lui disegnare il piatto artistico della “Sagra dei Marroni”, già realizzato precedentemente da Magnus. […]

Seven Roots Blues: intervista all’autore Mattia Valentini

La redazione di Edizioni NPE intervista Mattia Valentini, al suo esordio nel mondo dei fumetti, con all’attivo già il suo primo sold-out nell’ultima edizione di Lucca Comics & Games 2018. Il suo Seven Roots Blues è un piccolo gioiello che non è passato inosservato e che sta entusiasmando non soltanto gli appassionati di musica, ma soprattutto tanti ragazzi che per la prima volta si sono avvicinati al mondo del graphic novel.   Sfogliando il tuo libro e osservando la copertina si direbbe che il genere e lo stile che tratti ha una forte matrice noir. Mi sbaglio? Effettivamente il genere Noir è strettamente connesso al mondo del Blues. Non a caso questo tipo di musica nasce e si compone, con gli stilemi con cui lo conosciamo oggi, nei primi del ’900 negli USA, in un ambiente di proibizionismo, recessione e malavita organizzata: l’ambientazione classica del genere Noir. In realtà il Blues ha radici molto più profonde, come il Jazz: sono figlie di una stessa madre, rami di uno stesso albero, l’Africa. I primi Blues non possiamo definirli con esattezza, potevano essere musiche rituali, ritmi tribali, o canti di lavoro. Quello che sappiamo per certo è che il Blues e l’afroamericano sono facce della stessa medaglia.   Sei un autore italiano, che scrive in italiano per una casa editrice che vende libri in Italia. Perchè hai scelto un titolo in inglese? Non pensi che possa essere una scelta penalizzante per chi non ha confidenza con lingue straniere? Ho scelto la lingua inglese per il titolo in quanto il progetto è pensato come fosse un concerto vero e proprio: le varie storie diventano i brani di questa esibizione musicale ed ogni storia ha un titolo sempre in inglese, proprio come fosse il titolo di una canzone Blues. La fonetica anglofona è parte integrante del carattere del Blues, volevo preservare questo sapore, almeno nel titolo. Spesso all’interno delle narrazioni è possibile cogliere dei chiari riferimenti musicali. Per esempio, nella prima storia il prologo è intitolato Turn Around, che nel Blues sta ad indicare il giro melodico di passaggio fra una strofa e l’altra. Le tavole successive sono dodici, 
come le battute di cui è formato un classico giro Blues. Nei racconti successivi non mantengo questa metrica, ma le varie storie avranno comunque una cadenza ritmica ed una struttura precisa, con l’intento di creare una relazione musicale con la composizione fumettistica delle 
tavole. A prima vista le tue tavole sembrano inchiostrate a mano con una tecnica classica ma si evince ad una più attenta osservazione che non vi è inchiostro. Con quale tecnica hai realizzato questo volume? I disegni sono stati realizzati in digitale, dai concept del layout alle matite, all’inchiostrazione, sempre costruita con la stessa metodologia. Anche se poi, tra una storia e l’altra, c’è sempre una 
sottile mutazione dello stile. In passato mi sono visto affrontare le varie sceneggiature con una tecnica grafica ogni volta completamente differente, in base al progetto narrativo e al sapore che mi evocava la narrazione che stavo trattando. In questo caso non è differente, anche se la tecnica rimane la stessa, il segno si evolve storia dopo storia seguendo la linea narrativa scelta. Anche la regia, i tagli di inquadratura, i tempi di narrazione, vanno a caratterizzare e a distinguere le differenti storie. La scelta della tecnica non è mai la mia prima preoccupazione, forse perché mi piace muovermi liberamente in ogni tipo di espressione artistica e tecnica grafica senza timore di affrontarla per la prima volta. Sicuramente da quando ho cominciato a padroneggiare le tecniche digitali uso più raramente quelle classiche, per il semplice motivo che […]

La tana di Pietro Elisei: intervista all’autore

La redazione di Edizioni NPE intervista l’autore rivelazione della edizione 2018 di Lucca Comics & Games, appena terminata, dove il volume ha registrato dopo soli due giorni il sold-out e dove l’artista esordiente ha sorpreso tutto con il suo incredibile talento. Come nasce La tana e come mai questa scelta? Mi sono chiesto moltissime volte perché… perché Kafka? Perché questo racconto? E la sola ed unica risposta che sono riuscito a darmi è stata “perché non proprio Kafka? Perché non proprio La tana?”. Kafka viene considerato uno dei più grandi esistenzialisti, se non il padre di questa corrente di pensiero. Nei suoi racconti, come ne La tana, non c’è via d’uscita, si è intrappolati nelle sue immagini, nelle sue ossessioni senza speranza. Dopo averlo letto una sola volta ho pensato semplicemente “è fatta, eccolo qui il racconto che stavo cercando”. Questo racconto è quello che più di tutti ha saputo trascinarmi nelle sue ansie, nelle sue paure e nei suoi tormenti e il fatto che sia rimasto incompiuto terminando con la frase “Tutto in realtà, è rimasto com’era…” lascia al lettore un’ulteriore senso di smarrimento, un’ulteriore chiave di lettura… un’ulteriore non senso. Ci sono elementi autobiografici nei tuoi lavori? E in questa pubblicazione? In ogni mia linea, in ogni mio graffio e colore, in ogni singola inquadratura c’è sempre un me stesso; quale, non saprei dirlo. Ho avuto e ho tuttora molti me stessi. Mentre disegno non penso molto a chi o cosa sia il soggetto. Disegno e basta, mi lascio trascinare dal gesto e dai graffi che incido nei fogli. Sono molto influenzato dal periodo della mia infanzia e la rimpiango spesso; proprio perché, come diceva Tarkovskij, nell’infanzia tutto è davanti a me e tutto è ancora possibile. In ogni mio lavoro, come ne La tana, c’è sempre qualcosa che si ripete. Le mie ossessioni, le mie voglie, il mio odio, le mie paure, i miei ricordi che forse non svaniranno mai. Possiamo considerare tutti i miei lavori come una grande ed unica ricerca senza fine su me stesso. Al centro di quasi tutte le mie opere c’è l’essere umano, ci sono le contraddizioni e le divergenze tra uomo e donna, ci sono sempre dei bambini (tutti i me stessi passati) e molti specchi… Specchi utilizzati non per riflettere la figura di chi tu sia veramente, ma per rivelare chi tu non sia mai stato. Quali artisti e stili artistici ti hanno ispirato? Ho scoperto e perfezionato questo stile di disegno durante i 2 anni di studio ad Urbino. Non mi ritengo un bravo disegnatore tecnico; mi ritengo invece un attento osservatore. Non ho un preciso modello pittorico a cui ispirarmi; piuttosto vengo molto influenzato dai libri che leggo e dal cinema. Amo registi e scrittori come A. Tarkovskij, K. Kieślowski, D. Jarman, F. Kafka, J. London, J. P. Sartre e tantissimi altri. Mi concentro di più sui concetti che sullo stile pittorico. Per me oggi esistono davvero pochissimi artisti; esiste e regna invece il mercato dell’arte, l’arte reazionaria, l’arte rivoluzionaria, l’arte per il sociale, quando invece per me l’arte vera non ha alcun senso, ecco cosa se ne fa dell’arte un vero artista, nulla. Sono sempre stato premiato per avere la capacità di “entrare in profondità” nei concetti. Quando disegno riguardo ad un tema, lo divoro, scavo dentro ogni sua sfaccettatura per capirne ogni singolo aspetto; io devo diventare quel tema. Io sono i problemi, le gioie, l’inizio e la fine di quel tema. Io non disegno, ma vengo disegnato. Per quanto riguarda la tecnica di disegno, quali sono gli strumenti che prediligi sia per le tue animazioni […]