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Sergio Tisselli: la storia del Maestro tra acquerelli, gli Appennini romagnoli e battaglie nel selvaggio West

Sergio Tisselli è nato a Bologna il 24 gennaio 1957, città in cui si è laureato in storia moderna con una tesi sulla peste che colpì il capoluogo emiliano nel 1600, dalla quale l’artista stesso avrebbe successivamente tratto la sceneggiatura per la storia a fumetti intitolata La costellazione del cane. Fu quest’opera, all’epoca ancora inedita, a colpire Magnus al punto tale che il Maestro puntò, senza indugi, su Sergio per illustrare i tre volumi de Le avventure di Giuseppe Pignata, poi pubblicati dal compianto Luigi Bernardi a partire dal 1993. Il Maestro Roberto Raviola non fece in tempo a vedere pubblicata l’intera opera perché la malattia lo colse nell’autunno del 1993, a Castel del Rio, portandocelo via il 5 febbraio successivo. Risale a quei giorni l’amicizia che mi lega a Sergio, grazie soprattutto alle celebrazioni alidosiane organizzate in ricordo di Roberto. Nel frattempo Sergio si era trasferito a Vado, in comune di Monzuno, per cui ci legava l’Appennino ma anche e soprattutto una cultura fumettistica abbastanza simile: oltre a Magnus, anche Toppi, Battaglia… e il West. Il fatto di vivere nei pressi di Monzuno lo porta a frequentare vari artisti, che gravitano attorno al paesino appenninico e, dall’amicizia con questi nascono interessanti collaborazioni: la tappa successiva a “Pignata” sarebbe stata quella de Le avventure di Kim, liberamente tratte dal romanzo di Kipling, in seguito ad un viaggio in India, dapprima realizzate per la rivista «Mondo Erre» e poi rielaborate e raccolte in volume, grazie alla collaborazione di Valerio Rontini per i testi. È quindi il momento de La locanda dei misteri, per i testi di Maurizio Ascari, cui fanno seguito i disegni per i racconti intitolati Il Satanone Bolognone e L’iperbolica Pomata, scritti da Marco Caroli, quindi le illustrazioni per il volume Quarzo tesoro nascosto con la collaborazione dell’amico Giovanni Degli Esposti Venturi e quelle del libro dedicato a Don Zambrini, assieme al pittore monzunese Raffaele Bartoli. Per la rivista locale «Sevena Setta Sambro» disegna La storia della Bellosta che ballò col diavolo, su testi dello storico locale Adriano Simoncini e in collaborazione con l’amico Lucio Filippucci realizza le copertine di Martin Mystère – L’integrale, per Hazard Edizioni, mentre per i testi del professor Giovanni Brizzi disegna i due volumi a fumetti intitolati Occhi di Lupo e Foreste di morte. Risalgono a quel periodo I tarocchi dei pellerossa e I tarocchi vichinghi, per Edizioni Lo Scarabeo e le numerose collaborazioni con Angelo Nancetti per il MUF di Lucca, confluite in vari portfoli contenenti illustrazioni legate al West e ai nativi d’America, nonché in alcuni volumi e in varie storie a fumetti scritte dallo stesso Nancetti, tra le quali mi pare doveroso ricordare Giacomo Puccini, La Bersagliera e soprattutto Guerre di Frontiera disegnata a quattro mani con Renzo Calegari. A partire dall’anno 2009, in collaborazione con Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, Sergio realizza varie illustrazioni su commissione della Regione Emilia Romagna – Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali, che vengono esposte in alcune mostre a tema dal titolo Nove passi nella storia, Il mondo in un paese e In cerca dell’altrove. È quindi il momento della collaborazione con la casa d’aste Little Nemo Edizioni di Lugano, per la quale Sergio concretizza varie illustrazioni per tre nuovi portfoli sul West e sui nativi Americani, nonché per il volume intitolato 51 storie sugli indiani d’America, scritto da Renato Genovese. A partire dall’anno 2004 ho avuto l’onore di coinvolgerlo, in quel di Castel del Rio, nelle giornate in ricordo del Maestro Raviola e, nell’ottobre del 2008, toccò a lui disegnare il piatto artistico della “Sagra dei Marroni”, già realizzato precedentemente da Magnus. […]

Seven Roots Blues: intervista all’autore Mattia Valentini

La redazione di Edizioni NPE intervista Mattia Valentini, al suo esordio nel mondo dei fumetti, con all’attivo già il suo primo sold-out nell’ultima edizione di Lucca Comics & Games 2018. Il suo Seven Roots Blues è un piccolo gioiello che non è passato inosservato e che sta entusiasmando non soltanto gli appassionati di musica, ma soprattutto tanti ragazzi che per la prima volta si sono avvicinati al mondo del graphic novel.   Sfogliando il tuo libro e osservando la copertina si direbbe che il genere e lo stile che tratti ha una forte matrice noir. Mi sbaglio? Effettivamente il genere Noir è strettamente connesso al mondo del Blues. Non a caso questo tipo di musica nasce e si compone, con gli stilemi con cui lo conosciamo oggi, nei primi del ’900 negli USA, in un ambiente di proibizionismo, recessione e malavita organizzata: l’ambientazione classica del genere Noir. In realtà il Blues ha radici molto più profonde, come il Jazz: sono figlie di una stessa madre, rami di uno stesso albero, l’Africa. I primi Blues non possiamo definirli con esattezza, potevano essere musiche rituali, ritmi tribali, o canti di lavoro. Quello che sappiamo per certo è che il Blues e l’afroamericano sono facce della stessa medaglia.   Sei un autore italiano, che scrive in italiano per una casa editrice che vende libri in Italia. Perchè hai scelto un titolo in inglese? Non pensi che possa essere una scelta penalizzante per chi non ha confidenza con lingue straniere? Ho scelto la lingua inglese per il titolo in quanto il progetto è pensato come fosse un concerto vero e proprio: le varie storie diventano i brani di questa esibizione musicale ed ogni storia ha un titolo sempre in inglese, proprio come fosse il titolo di una canzone Blues. La fonetica anglofona è parte integrante del carattere del Blues, volevo preservare questo sapore, almeno nel titolo. Spesso all’interno delle narrazioni è possibile cogliere dei chiari riferimenti musicali. Per esempio, nella prima storia il prologo è intitolato Turn Around, che nel Blues sta ad indicare il giro melodico di passaggio fra una strofa e l’altra. Le tavole successive sono dodici, 
come le battute di cui è formato un classico giro Blues. Nei racconti successivi non mantengo questa metrica, ma le varie storie avranno comunque una cadenza ritmica ed una struttura precisa, con l’intento di creare una relazione musicale con la composizione fumettistica delle 
tavole. A prima vista le tue tavole sembrano inchiostrate a mano con una tecnica classica ma si evince ad una più attenta osservazione che non vi è inchiostro. Con quale tecnica hai realizzato questo volume? I disegni sono stati realizzati in digitale, dai concept del layout alle matite, all’inchiostrazione, sempre costruita con la stessa metodologia. Anche se poi, tra una storia e l’altra, c’è sempre una 
sottile mutazione dello stile. In passato mi sono visto affrontare le varie sceneggiature con una tecnica grafica ogni volta completamente differente, in base al progetto narrativo e al sapore che mi evocava la narrazione che stavo trattando. In questo caso non è differente, anche se la tecnica rimane la stessa, il segno si evolve storia dopo storia seguendo la linea narrativa scelta. Anche la regia, i tagli di inquadratura, i tempi di narrazione, vanno a caratterizzare e a distinguere le differenti storie. La scelta della tecnica non è mai la mia prima preoccupazione, forse perché mi piace muovermi liberamente in ogni tipo di espressione artistica e tecnica grafica senza timore di affrontarla per la prima volta. Sicuramente da quando ho cominciato a padroneggiare le tecniche digitali uso più raramente quelle classiche, per il semplice motivo che […]

La tana di Pietro Elisei: intervista all’autore

La redazione di Edizioni NPE intervista l’autore rivelazione della edizione 2018 di Lucca Comics & Games, appena terminata, dove il volume ha registrato dopo soli due giorni il sold-out e dove l’artista esordiente ha sorpreso tutto con il suo incredibile talento. Come nasce La tana e come mai questa scelta? Mi sono chiesto moltissime volte perché… perché Kafka? Perché questo racconto? E la sola ed unica risposta che sono riuscito a darmi è stata “perché non proprio Kafka? Perché non proprio La tana?”. Kafka viene considerato uno dei più grandi esistenzialisti, se non il padre di questa corrente di pensiero. Nei suoi racconti, come ne La tana, non c’è via d’uscita, si è intrappolati nelle sue immagini, nelle sue ossessioni senza speranza. Dopo averlo letto una sola volta ho pensato semplicemente “è fatta, eccolo qui il racconto che stavo cercando”. Questo racconto è quello che più di tutti ha saputo trascinarmi nelle sue ansie, nelle sue paure e nei suoi tormenti e il fatto che sia rimasto incompiuto terminando con la frase “Tutto in realtà, è rimasto com’era…” lascia al lettore un’ulteriore senso di smarrimento, un’ulteriore chiave di lettura… un’ulteriore non senso. Ci sono elementi autobiografici nei tuoi lavori? E in questa pubblicazione? In ogni mia linea, in ogni mio graffio e colore, in ogni singola inquadratura c’è sempre un me stesso; quale, non saprei dirlo. Ho avuto e ho tuttora molti me stessi. Mentre disegno non penso molto a chi o cosa sia il soggetto. Disegno e basta, mi lascio trascinare dal gesto e dai graffi che incido nei fogli. Sono molto influenzato dal periodo della mia infanzia e la rimpiango spesso; proprio perché, come diceva Tarkovskij, nell’infanzia tutto è davanti a me e tutto è ancora possibile. In ogni mio lavoro, come ne La tana, c’è sempre qualcosa che si ripete. Le mie ossessioni, le mie voglie, il mio odio, le mie paure, i miei ricordi che forse non svaniranno mai. Possiamo considerare tutti i miei lavori come una grande ed unica ricerca senza fine su me stesso. Al centro di quasi tutte le mie opere c’è l’essere umano, ci sono le contraddizioni e le divergenze tra uomo e donna, ci sono sempre dei bambini (tutti i me stessi passati) e molti specchi… Specchi utilizzati non per riflettere la figura di chi tu sia veramente, ma per rivelare chi tu non sia mai stato. Quali artisti e stili artistici ti hanno ispirato? Ho scoperto e perfezionato questo stile di disegno durante i 2 anni di studio ad Urbino. Non mi ritengo un bravo disegnatore tecnico; mi ritengo invece un attento osservatore. Non ho un preciso modello pittorico a cui ispirarmi; piuttosto vengo molto influenzato dai libri che leggo e dal cinema. Amo registi e scrittori come A. Tarkovskij, K. Kieślowski, D. Jarman, F. Kafka, J. London, J. P. Sartre e tantissimi altri. Mi concentro di più sui concetti che sullo stile pittorico. Per me oggi esistono davvero pochissimi artisti; esiste e regna invece il mercato dell’arte, l’arte reazionaria, l’arte rivoluzionaria, l’arte per il sociale, quando invece per me l’arte vera non ha alcun senso, ecco cosa se ne fa dell’arte un vero artista, nulla. Sono sempre stato premiato per avere la capacità di “entrare in profondità” nei concetti. Quando disegno riguardo ad un tema, lo divoro, scavo dentro ogni sua sfaccettatura per capirne ogni singolo aspetto; io devo diventare quel tema. Io sono i problemi, le gioie, l’inizio e la fine di quel tema. Io non disegno, ma vengo disegnato. Per quanto riguarda la tecnica di disegno, quali sono gli strumenti che prediligi sia per le tue animazioni […]

Bob Dylan – La risposta è nel vento: intervista all’autore

Luigi Formola, sceneggiatore del biopic dedicato a Bob Dylan, nuova uscita della collana Music & Comics, ci racconta come è nata l’idea di questo progetto, che in pochi giorni sta facendo il giro del web, incontrando il favore degli appassionati di fumetto ma, soprattutto, dei fan del cantautore statunitense. La redazione di Edizioni NPE lo ha intervistato per voi: Una domanda per iniziare: chi è Luigi Formola, e com’è nata la passione per il fumetto. Cercherò di essere sintetico: classe ’86, da sempre ho l’ossessione per le storie e per la musica. Ho sempre voluto raccontare ciò che vivevo, osservavo oppure immaginavo. Prima in forma di canzoni, dato che ho militato in una rock band per lungo tempo, e poi sono passato a due forme di racconto simili e antitetiche tra loro: i romanzi e i fumetti. La passione per le nuvole parlanti mi accompagna da sempre, sin da bambino. Tutti leggevano Topolino e io, invece, divoravo i fumetti di Mortal Kombat prima e Dylan Dog poi. A guardarmi oggi, direi che ero un ragazzino sempre sorridente ma che leggeva storie macabre e piene di morte.   Bob Dylan – La riposta è nel vento è il tuo primo lavoro ufficiale. Il volume non è un semplice graphic novel, ma una vera e propria biografia a fumetti. In che modo ti sei documentato e come hai dato corpo alla storia che avevi in mente di narrare? L’idea di scrivere una storia a fumetti che avesse la musica come tema centrale mi fu proposta dall’editore Nicola Pesce. Sapeva dei miei trascorsi nel mondo della musica e mi chiese se avessi in mente un musicista di cui mi sarebbe piaciuto scrivere un fumetto. Bob Dylan fu la prima scelta per tanti motivi: è uno dei pochi ancora in circolazione ad aver attraversato sei decenni, inoltre ha avuto tante evoluzioni come artista e quest’aspetto mi ha sempre affascinato. Dylan è il perfetto esempio di chi resta fedele alla propria identità ma si evolve in continuazione. La storia narrata nel volume parte da una frase che lo stesso Dylan aveva pronunciato in un’intervista. Riguardava un patto che aveva fatto con qualcuno… e ho deciso di ricreare una storia immaginaria riguardo questa vicenda che attraversa tutta la sua carriera. La documentazione è stata lunga e stratificata; ho visto documentari, interviste, live, ho letto alcuni libri sulla sua carriera e sugli aneddoti che hanno caratterizzato il suo personaggio. E spesso, devo ammetterlo, mi sono emozionato davanti alla potenza di un artista che ha reso la musica un manifesto generazionale. Bob Dylan, come hai detto tu stesso, ha una carriera lunga e varia. Immagino che sia una scelta ardua, ma qual è il brano che più ti piace del suo vasto repertorio musicale? La scelta della mia canzone preferita di Bob Dylan si ricollega sempre all’idea di cambiamento. The Times They Are a-Changin’ è una vera e propria dichiarazione del fatto che tutto cambia, che non si può restare ancorati al passato né tantomeno che alcune scelte sociali siano da accettare come tali solo perché ormai sono stratificate nel luogo comune. Forse è una delle canzoni più politiche di Dylan ma penso che sia un quadro chiaro e un monito che tutti noi dovremmo ricordare sempre: si cambia di continuo. Per fortuna! La musica di Bob Dylan è il centro del fumetto. Quale potrebbe essere l’ideale colonna sonora del libro? Il volume si apre con Dylan che suona al Café Wha? agli inizi della sua carriera, nei primi anni ’60, dove si esibiva con Karen Dalton. La colonna sonora è la sua intera discografia, ma se dovessi […]

Cannibal Holocaust 2: intervista a Miguel Ángel Martín

Cannibal Holocaust 2 è il trattamento originale del sequel di Cannibal Holocaust illustrato da Martín: un’opera che è riuscita a far incontrare ed unire il regista del film più censurato della storia con l’autore del comicdom più censurato al mondo. La redazione di Edizioni NPE ha intervistato per voi Miguel Ángel Martín, autore delle illustrazioni di questa opera del tutto inedita e inaspettata. Come è nata questa collaborazione tra i due artisti più censurati del mondo? Tutto nasce da un’idea proposta da Nicola Pesce, che mi è sembrata da subito bellissima!! Io sono un grande ammiratore del film Cannibal Holocaust ed avere l’opportunità di illustrarne il sequel è un piacere ed onore per me. Come è stato lavorare alla sceneggiatura di Cannibal Holocaust 2? Un vero piacere. Il mondo di Cannibal Holocaust è piuttosto vicino al mio. Per prima cosa ho letto il trattamento della sceneggiatura e ho indicato le illustrazioni da fare, il che è stato molto facile. Dopo ho realizzato le matite e successivamente gli inchiostri e i colori. I disegni rappresentano una sorta di story board. Ho voluto concentrarmi soprattutto sull’azione. Non è un libro di immagini silvestri, con paesaggi rigogliosi stile National Geographic: aspettatevi piuttosto violenza grafica, cannibalismo, sangue, divertimento, ha, ha! Il tuo rapporto con Ruggero Deodato? Non ho ancora avuto il piacere di incontrarlo  personalmente. Lo farò sicuramente a Lucca dove saremo entrambi a firmare il libro allo stand della Edizioni NPE. Cosa ti era piaciuto di più del film di Deodato e quando lo hai visto per la prima volta? È un film innovatore e radicale sotto vari aspetti: il concetto documentario, il falso snuff, il cannibalismo e la violenza esplicita. La forza dell’immagine della ragazza impalata è indimenticabile. Cannibal Holocaust è un film di riferimento unico, innovatore e molto influente. Vista la tua analoga esperienza, che opinione hai in riferimento alla censura che colpì la pellicola negli anni ’80? Credo che la censura questo film, come nel mio caso, è stata positiva perché ha contribuito alla pubblicità e promozione del film, e l’ha reso un fenomeno di culto automaticamente, ha, ha! Intervista a cura della redazione di Edizioni NPE   Ricordiamo che di questo volume esiste una edizione limitata in sole 100 copie, con una sovraccoperta differente: bianca, senza sfondo verde e senza il disegno della donna impalata in copertina. La particolarità di questa cover è che ogni singola copia verrà numerata e disegnata da Miguel Ángel Martín durante il Lucca Comics & Games 2018 e autografata da Ruggero Deodato, che firmerà il volume con la frase “Monsieur Cannibal Ruggero Deodato”. Sopra la carta bianca di ogni copia verrà applicata una pellicola trasparente per preservare il disegno.

Out of my Brain: intervista all’autore Andrea Grieco

La redazione di Edizioni NPE ha intervistato Andrea Grieco, autore del saggio Out of my Brain dedicato alla vita artistica e al mondo dell’artista spagnolo Miguel Ángel Martín (che sarà ospite del prossimo Lucca Comics 2018 allo stand Edizioni NPE per autografare e dedicare questo volume e Cannibal Holocaust 2). D-503: La copertina del libro è un disegno molto bello di Miguel, ce ne parli? A.G.: Per me un libro è un oggetto da intendersi nella sua totalità, per cui anche l’immagine che lo presenta è importante e, in linea di massima, penso che le case editrici dovrebbero consentire, se l’autore lo desidera, di prendere parte decisionale alla concezione della copertina. La Edizioni NPE mi ha lasciato campo libero quando è stato il momento di fare scelte in questo senso e quindi ho chiesto a Miguel di realizzare appositamente un disegno  su mia idea e concezione. Palese è il riferimento alla sequenza iniziale del film surrealista Un Chien Andalou di Luis Buñel, soggetto che Miguel aveva già altre volte reinterpretato, ma vi è anche una citazione ad un momento importante di un’opera fondamentale di Martín che, però, lascio sia il lettore a scoprire. Per me quell’ago che si appresta a trafiggere l’occhio deve comunicare che si sta per provare qualcosa che avrà delle conseguenze: è stato così per me quando ho conosciuto l’opera di Miguel e spero che il mio libro possa anch’esso in qualche misura affascinare e conturbare il fruitore.   D-503: Per molto tempo sei stato un critico cinematografico e letterario, come nasce la scelta di fare di un fumettista il soggetto di un tuo libro? A.G.: Premetto che io stesso faccio un’incredibile fatica a capire cosa sono o sono stato, ma in fondo non vedo alcuna contraddizione tra queste e altre mie passioni e professioni; innanzitutto perché sono tutte incentrate sulle forme e i mezzi d’espressione, e perché l’arte sequenziale, che tra l’altro adotta in maniera intrinseca alcune componenti e strategie visive come il cinema e altre verbali affini alla letteratura, rappresenta un crogiolo di soluzioni narrative ed emozionali rilevante, per di più non ancora del tutto esplorato né analizzato. Bisogna poi ricordare che lo stesso Miguel tende a inscrivere la sua produzione nel novero dell’arte letteraria e che, giustamente, si vede in buona compagnia di autori come Sade, Pasolini o Burroughs più che con l’universo Marvel, Disney o Bonelli, tanto per dire. Non è poi superfluo sottolineare che Martín è un autore raffinato e complesso, le cui storie, per poter essere apprezzate e comprese in maniera più completa e corroborante, richiedono conoscenze che spaziano dall’ambito creativo a campi disciplinari che vanno dalla sociologia alla filosofia, dalla futurologia alla pornografia, da cui provengono innumerevoli suggestioni che vanno ad impregnare le sue tavole. Insomma, c’è di che pensare e divertirsi.   D-503: Quando hai deciso di scrivere quello che è, di fatto, il primo e unico libro monografico e analitico su questo straordinario autore, quali problemi o dubbi hai avuto? A.G.: Occorre sottolineare che scrivo perché mi piace e perché farlo mi dà modo di focalizzare e approfondire visioni o concetti, quindi riesco solo quando mi concentro su cose che mi interessano davvero. Nelle pagine introduttive di Out of my Brain narro di quando conobbi Miguel e le sue sconvolgenti opere, da allora si è instaurata un’amicizia che va avanti da decenni e che ci ha visti coinvolti in numerosi progetti. In questo lungo periodo ho avuto modo di constatare da vicino – per qualche verso ora potrei dire anche dall’interno – che Miguel continuava ad elaborare con tenacia e coerenza un suo mondo attraverso uno stile inimitabile, […]

Ruggero Deodato, la potenza del sangue del cinema di “Monsieur Cannibal”

 di Valerio Monacò a cura della redazione di Edizioni NPE   Il volto era direttamente in linea con la pianta e sotto non avrebbe dovuto esserci un tronco ma il corpo dell’uomo, che invece mancava: la testa mozza era appesa al ramo per i lunghi capelli neri. Robert E. Howard (1906-1936) Parte dal 1964 la carriera di Ruggero Deodato (Potenza, 1939), e precisamente da un bizzarro adattamento, tra il mitologico e l’horror, de Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde di Robert Louis Stevenson, supervisionato da Antonio Margheriti: Ursus, il terrore dei Kirghisi. Ma non è Ursus (Reg Park) il mostro spietato che compie stragi notturne, bensì una regina di nome Aniko (Mireille Granelli) che a causa di un filtro magico si trasforma in una belva sanguinaria. Realizzato con poco, il sangue che scorrerà a fiumi nei lavori successivi è già qui un riflesso nello specchio, una vena scoppiata nella visione di un giovane regista che sa di essere fuori dagli schemi. Poi si nasconde, indossa una maschera e Deodato, lucano trapiantato giovanissimo a Roma, firma le sue regie con il nome di Roger Rockfeller: la sua è la storia di un’altra maschera, quella di Tutankamen, esposta in un museo di Parigi: Fenomenal e il tesoro di Tutankamen. Qui il misterioso eroe Fenomenal (Mauro Nicola Parenti) vigilerà su un tesoro che fa gola a molti. Un piccolo omaggio ai fumetti in voga in quegli anni con un protagonista che riesce a vedere pur indossando un passamontagna senza buchi per gli occhi. Fra incessanti vedute turistiche, zoom, Maurizio Merli senza baffi e Bruno Nicolai che accompagna l’entrata in scena di Fenomenal con il suo inconfondibile stile, in quel 1968 c’è anche il tempo per assistere alla parata di Charles De Gaulle sugli Champs–Élysées…   1968: è ancora Roger Rockfeller a firmare una regia: Gungala la pantera nuda. E nuda lo è per davvero Kitty Swan, che corre per la savana, anche se purtroppo non è molto quel che si vede! Deodato riprende il suo vero nome e in quell’impegnatissimo ’68 si concede una pausa: Vacanze sulla Costa Smeralda. A viaggiare con lui il Re (italiano) Little Tony che si esibisce con l’hit Cuore Matto, Silvia Dionisio e Ferruccio Amendola. La pellicola è ricca di tutti gli elementi tipici dei musicarelli, di vedute turistiche e bellezze varie ed assortite non troppo discinte. Nel 1869, all’inizio della presidenza di Ulysses S. Grant, la First Transcontinental Railroad venne completata. Fu una svolta. Esattamente 100 anni dopo Deodato approda al genere western con una parodia: I Quattro del Pater Noster, con l’aiuto di Paolo Villaggio, Enrico Montesano, Lino Toffolo e Oreste Lionello, alle prese con un bottino da recuperare ed evasioni di prigione. “Mister Cannibal” non era ancora nato… Tra il ’69 e il ’73 firma due serie televisive RAI: Il Triangolo Rosso e l’adrenalinica All’ultimo minuto, dove in ciascun episodio una o più persone si trovano intrappolate in situazioni apparentemente senza soluzione. Nel mezzo del cammin di queste due serie: Zenabel. Nel 1966 Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon ai testi e Sandro Angiolini ai disegni, crearono la serie a fumetti di genere erotico/avventuroso Isabella, edita dalla storica Ediperiodici. Il regista guarda a quelle atmosfere osé e imbastisce una trama che vede la bella Zenabel (Lucretia Love/Anna Morganti), legittima erede del duca di Vallestretta, spodestato dall’usurpatore interpretato dall’allora famoso John Ireland, andare alla riconquista di ciò che gli spetta di diritto e aiutata da un’armata di poco gentil donzelle. Nel cast anche il grandissimo Lionel Stander. Le musiche sono ancora una volta di Bruno Nicolai e Deodato si diverte con inquadrature sghembe, […]

Intervista a Simone Annicchiarico

Il presentatore televisivo Simone Annicchiarico (conduttore de La Valigia dei Sogni, Italia’s Got Talent, Music Summer Festival, Fronte del Palco), figlio di Walter Chiari e Alida Chelli, ci introduce nel folle mondo dei nomen omen con il suo Piccolo atlante dei nomi inventati. La redazione di Edizioni NPE, in collaborazione con il co-autore del volume Andrea Doretti, lo ha intervistato.   Come è nata l’idea di inventare questo gioco dei nomi? Quando registravamo La Valigia dei Sogni, il programma di cinema in tv, eravamo sempre in giro con la troupe, e facevamo lunghi spostamenti soprattutto in auto per andare sui set dei grandi film del passato. Il gioco partì per caso in uno di questi viaggi, quando Andrea Doretti (il regista del programma), leggendo il copione, disse che era ben scritto. Io risposi che dovevamo assolutamente assumere Ben Scritto come autore. Lui rispose Ben Detto. Da lì fu uno scambio continuo di nomi, che dovevano essere nomi reali; non valeva insomma Ticuro Nacarie (il famoso dentista giapponese di infantile memoria) e neanche la ballerina russa Ciolanka Sbilenka. Io e Andrea abbiamo continuato a mandarci messaggi, spesso nella notte, con i nomi che ci venivano in mente, poi anche i nostri amici hanno cominciato a proporre nomi; a casa in Sardegna, in molte sere d’estate, era diventato il gioco di gruppo preferito, potevamo andare avanti per ore. Dopo qualche mese abbiamo raccolto tutti i messaggi e gli appunti scritti sui cartoni della pizza, li abbiamo messi insieme e ci siamo accorti che erano tantissimi e ci divertivamo a rileggerli, a distanza di tempo. Di alcuni abbiamo scritto una breve biografia immaginaria e abbiamo deciso di realizzare l’Atlante. Quali sono i personaggi che preferisci? Sicuramente tutta le serie di Ben (che potrebbero essere molti di più di quelli inseriti nel libro, ma ho preferito lasciarli alla ricerca del singolo lettore), perché sono quelli dai quali abbiamo iniziato. E su tutti Mario Netta, che nella sua semplicità riassume tutta l’anima del politicante italiano, manovrato dall’alto e senza una propria linea morale.   Quale sarebbe stato il preferito di Walter Chiari, tuo papà? Probabilmente per la sua anima veneta Eva Inmona, la prostituta padovana, e per la sua passione per la boxe Thomas Sacrato. E, ovviamente, il regista Chuck Sigìra, che dava sempre buona la prima.   C’è qualche riferimento letterario a cui ti sei ispirato? Sì, forse Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. All’inizio infatti immaginavamo che le biografie fossero scritte sulle lapidi di un cimitero. Forse un giorno ne faremo un film: io che cammino tra i cipressi, mi soffermo sulle tombe, e da lì parte il racconto della vita del deceduto.   Lo scrittore e pittore Alberto Savinio sosteneva che sono rari gli uomini che non somigliano al loro nome e cognome. Sei d’accordo? Certo! Nella realtà ci si imbatte spesso in nomi su campanelli o aziende che sono assurdi per quanto sono precisi: i fratelli Bollente che fanno impianti termosanitari, l’avvocato Massimo della Pena, o Luigi Manganelli capo della polizia. Sembrano gli abitanti di Topolinia. E, invece, sono veri.   Alcuni personaggi del libro sono illustrati, sei appassionato di fumetti? Da morire. Soprattutto Braccio di Ferro e L’Uomo Ragno, ma mi piacciono tutti, dai classici fino ai manga giapponesi. Poi sono appassionato di action figure, e quindi con Isabella Ferrante (l’illustratrice) abbiamo pensato di riproporre il fumetto tramite paper doll, le bambole di carta che si possono ritagliare e comporre con diversi vestiti. Si può creare il proprio personaggio e metterlo dove si vuole. La mia paper doll preferita dell’Atlante è Giudy Corda.   Programmi futuri? Non vedo […]

Una valle: intervista al curatore Gabriele Bernabei

Intervista a Gabriele Bernabei, curatore di Una valle, graphic novel-omaggio al grande Magnus. A cura della redazione di Edizioni NPE   A quando risale il tuo approccio al mondo del fumetto? Avevo cinque anni, nel 1971, e non andavo a ancora a scuola. Non sapevo leggere ma sfogliavo i fumetti di Zagor cercando di capire le storie con l’aiuto dei soli disegni. Quando imparai a leggere, avevo già una discreta quantità di albi dello Spirito con la Scure da ripassare. Poi arrivarono Tex, Comandante Mark e Alan Ford. Una passione sempre in crescendo, passando per Lo Sconosciuto, La Compagnia della Forca, Mister No, Ken Parker, fino ad arrivare alle riviste contenitore degli anni ’80, che mi hanno fatto conoscere i grandi autori come Pratt, Toppi, Battaglia, Micheluzzi, Giardino e tanti altri… Che ruolo ha avuto Magnus nella tua vita? Magnus e Giardino erano gli autori che avrei voluto conoscere e la fortuna ha voluto che il primo venisse a vivere a Castel del Rio e che il secondo fosse il cugino di un mio vicino di casa. Ho conosciuto Roberto Raviola in terra alidosiana anche se il nostro rapporto non fu semplice, stante il fatto che lui si era trasferito nella valle del Santerno per tenere a debita distanza certi appassionati di fumetti, rompiscatole come me. Quanto dico è supportato dal fatto che le sue amicizie di quel periodo non avessero una grande cultura fumettistica. Posso affermare ciò perché conosco, da sempre e molto bene, i suoi amici dell’epoca. Per quanto riguarda me devo affermare che, in varie occasioni, con la sua arte, il Maestro è riuscito a tirarmi fuori dai guai.   Perché il Magnus Day? Pur avendo tutti i difetti che può avere un collezionista seriale dell’opera di Magnus, io ho cercato sempre e soprattutto Castel del Rio e la Valle del Santerno nelle sue opere. Nel 2004 avevo raccolto copie e scansioni di molti suoi “disegni alidosiani”, realizzati per gli amici, e siccome si stava avvicinando il decennale della sua scomparsa me li ero riordinati, assieme ad alcuni aneddoti, con l’intento di realizzare una pubblicazione celebrativa. Con il mio menabò andai a trovare il sindaco dell’epoca, sebbene avessi già un editore interessato, perché ritenevo e desideravo che fosse l’istituzione a doversene prendere carico. Fu in quell’occasione che nacque il Magnus Day. Infatti le mie pressioni insistenti fecero sì che l’amministrazione comunale s’impegnasse in un doppio appuntamento nell’estate del 2006 e fu cosi che, domenica 2 luglio, si tennero un convegno sull’opera del Maestro e l’inaugurazione della mostra permanente in Sala Magnus, mentre il 3 settembre seguente, oltre alla mostra mercato del fumetto usato e da collezione, presentammo il mio libro intitolato Il pittore di Castel del Rio. La scelta del titolo fu degli abitanti della valle che, quando incontravano Roberto per strada, lo definivano in tal modo. Da allora ci siamo ripetuti ogni anno con cadenza pressoché regolare. Da quando sei autore di fumetti? Ho cominciato attorno ai quindici anni. Mi divertivo, attraverso l’uso di quel linguaggio, a raccontare le storie di tutti i giorni per gli amici e poi regalavo loro le tavole originali. Qualche anno fa, dopo avere rinvenuto casualmente una mia storia, la mostrai a Lucio Filippucci che, molto divertito, mi disse che avevo fatto bene a smettere di disegnare.   Parlaci dei tuoi progetti fumettistici. Negli anni ’90, in un momento di crisi interiore, girai la valle del Santerno in ogni anfratto, documentando le mie “gite campestri” con moltissime fotografie. Come accade quasi sempre, per superare certi momenti ed andare oltre, si innescano meccanismi di cambiamento e/o di crescita al punto che dalle […]

Pizarro in Perù e la collana Micheluzzi: intervista a Nicola Pesce

intervista a cura di Ettore Gabrielli (Lo Spazio Bianco)   Puoi raccontarci le difficoltà incontrate per lanciare una collana del genere, tra diritti e reperimento del materiale originale? Le difficoltà per riuscire a pubblicare tutta l’opera di un Micheluzzi, di un Toppi, di un Battaglia o di un De Luca (e di tanti tanti altri) sono molto più grandi di quello che sembrano. A volte si tratta di eredi introvabili, altre volte si tratta di un lungo lavoro di convincimento. A volte capita di trovare un’opera del tutto sconosciuta di uno di questi autori, investire recandosi in una determinata biblioteca, convincere il bibliotecario a farci portare fuori il giornale d’epoca, trovare in quella città un service con uno scanner A2, fare le scansioni, informare entusiasti l’erede… e poi vedersela sfuggire dalle mani. Non parlo ovviamente di nessuno degli eredi degli autori sopra menzionati! A volte un discorso fatto nell’arco di anni viene bruciato in una settimana da una multinazionale che decide di pubblicare in massa in edicola l’opera di quell’autore. O che comunque fa una proposta, mette in testa all’autore cifre da capogiro e poi sparisce lasciando Edizioni NPE a raccogliere i cocci delle illusioni suscitate! Poi ci sono agenti, agenti finti che non hanno i diritti ma cercano di venderteli, conti da pagare, corse, sedicenti esperti… In tutta questa situazione va poi considerato che io punto a pubblicare 1000, 1500 copie delle opere e – in queste tirature ridottissime – io devo rientrare di spese assurde e di trattative lunghissime. Davvero, pubblicare le opere di grandi autori del fumetto è difficile. Ogni giorno è una avventura. Questo porta ritardi di ogni genere, comporta il dispiacere del pubblico, ma facciamo quel che si può cercando di scontentare nessuno! Per fortuna capitano anche eredi organizzati e simpatici, come appunto gli eredi Micheluzzi, che mi furono presentati dal buon Francesco Bazzana, e in questi casi il tutto diventa relativamente più semplice. La gentilissima Laura De Luca poi è stata un altro colpo fortunato, una splendida persona intelligente e disponibile. Che dire poi di Aldina Toppi: vorrei che fosse mia nonna per quanto è stupenda. Cosa ha da offrire oggi Micheluzzi al lettore? Quanto è importante che la memoria degli autori classici resti viva per il lettore di oggi? Micheluzzi ha da offrire un universo difficilmente circoscrivibile. L’altro giorno era a cena a Milano con Ivo Milazzo e Giulio Giorello (professore di Filosofia della Scienza al Politecnico di Milano ed Elzevirista di «La Repubblica»). Splendidi uomini di altri tempi. Abbiamo parlato di Ettore Majorana, della meccanica quantistica, di raggi alfa beta e gamma, della pressione della Russia su piccoli Stati come Estonia, Lettonia e Lituania, di Ken Parker e Tiziano Sclavi, di quanto un Sauvignon fosse più indicato di uno Chardonnay per i piatti differenti che noi tutti commensali avevamo scelto… Ecco, gli uomini “di un tempo” non esistono quasi più: mostri sacri dalla cultura onnivora e sconfinata, umili, curiosi, come Attilio Micheluzzi, che possono affrontare storie di qualunque argomento infondendovi dentro una conoscenza, dei dettagli che soltanto loro potevano conoscere, portandoli al lettore con semplicità, immergendolo a 360° in un racconto, in un’epoca. Mi viene da pensare allo studio di Giancarlo Berardi, pieno di libri sugli indiani, di riproduzioni fedeli di fucili e pugnali: un lavoro di documentazione profonda, animato dalla passione. Oggi la conoscenza si è fatta molto più specialistica, a voler essere buoni. Trovi l’autore che ha fatto 10 libri contro la Chiesa, trovi l’autore dietrologo che ha letto un mezzo articolo sul gruppo Bilderberg su internet, cerchi di parlargli allora dei Rothschild, della condizione dei ghetti ebraici nei secoli […]