Pubblicati da nicola

Storia degli effetti speciali: intervista all’autore

La redazione di Edizioni NPE ha intervistato Giovanni Toro, autore dell’ultimo saggio di Edizioni NPE Storia degli effetti speciali, interamente dedicato al mondo degli effetti speciali. Il tuo volume è un concentrato di informazioni  sugli effetti speciali. Che cosa ti ha spinto a scrivere un libro come questo? Sono cresciuto praticamente tra due piccole sale cinematografiche del mio paese. Approfittando del fatto che mio padre faceva il proiezionista in una di queste ho avuto l’opportunità di sgattaiolare in sala parecchie volte e vedere moltissimi film già dall’età di 8 anni. Superman, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Lo Squalo, Star Wars sono solo alcuni dei film che ho iniziato a vedere in quella sala. Poi per tutti gli anni ’80 ho visto moltissime altre pellicole ma nell’altro cinema del paese, perché nel frattempo quello in cui lavorava mio padre era stato chiuso… Un inizio col botto allora! Sì, è vero (sorride)! Mio padre poi faceva il proiezionista pure a casa perché di tanto in tanto noleggiava delle pellicole in 16 mm e così si continuavano  a vedere altri film con tutta la famiglia come Elliott il drago invisibile, Mary Poppins, il primissimo Uomo Ragno live e molti altri ancora. E ogni volta che finivo di vedere pellicole di quel tipo mi chiedevo puntualmente come fosse possibile che esistessero delle cose di quel genere, allora credevo che i film fossero roba vera! Gente che volava, cartoni che interagivano con le persone, astronavi immense che solcavano gli spazi siderali e sparavano a tutto quello che vedevano o che credevo che vedessero, perché ero davvero troppo piccolo per capire i vari livelli narrativi di Guerre Stellari, ad esempio. Era tutto assolutamente straordinario. Insomma, ne fui travolto e meravigliato come solo un ragazzino di quella età poteva fare, senza schemi precostruiti o blocchi di qualche tipo; e pur di capirne sempre di più cercavo addirittura di “rimontare” quegli effetti a casa. Mi ricordo ancora quando uscì dal cinema dopo aver visto l’indimenticabile Superman di Richard Donner con il compianto Christopher Reeve, e me ne andai di corsa dai nonni. Ero eccitato per quello che avevo visto e la colonna sonora mi girava ancora in testa mentre in strada puntavo le braccia in avanti imitando il personaggio che mi aveva appena colpito! Giunto a casa presi un foglio di cartoncino e disegnai al volo una città dall’alto con strade ed edifici. Poi rubai tutte le torce elettriche che riuscii a trovare e le misi a terra, posizionandole vicino ad alcune zone del disegno. Nella mia testa quella disposizione doveva rappresentare una città in notturna vista dal cielo, con i lampioni accesi per le varie strade! Poi presi due sedie e le posizionai lateralmente al disegno mentre su un’altra frontale posai un ventilatore. Dopo aver disposto il tutto, spensi le luci della stanza, accesi le torce e il ventilatore e fu in quel momento che decisi di mettermi sdraiato su quelle sedie con il pancino rivolto nel vuoto. Le braccia erano conficcate tra la struttura dello schienale di una delle due sedie, protese avanti e dritte mentre con il resto delle gambe mi sorreggevo sull’altra sedia. Un pazzo scatenato! Il vento tra i capelli, il guardare quella finta città dall’alto, il buio notturno determinata dalla stanza buia mi riportarono immediatamente agli effetti speciali visti poco prima nella pellicola di Superman. Stavo volando come quel tipo! “Ecco come hanno fatto!” esclamai ad alta voce. Nel mio piccolo avevo ricreato, in maniera parecchio casareccia ovviamente, le basi di quell’effetto. Avevo capito qualcosa che stava alla base della lavorazione di quel film. In effetti Christopher Reeve volava davanti ad uno […]

Nosferatu: dal cinema al fumetto

di Ninni Radicini e a cura della redazione Ispirato al romanzo Dracula di Bram Stoker (pubblicato nel 1897), il film Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922) fu diretto da Friedrich Wilhelm Murnau su un adattamento di Henrik Galeen, che ne rielaborò la storia e i personaggi (nomi e caratteristiche) sebbene ciò non valse a evitare un contenzioso con i detentori dei diritti d’autore dello scrittore irlandese, al punto che fu stabilita la distruzione del film, di cui il regista tedesco riuscì comunque a salvare una copia. Celeberrimo lungometraggio di genere horror, Nosferatu è uno dei film più noti della cinematografia tedesca durante gli anni della Repubblica di Weimar (1918-1933), caratterizzata da innovazioni sia nel settore tecnico sia nelle strutture narrative, che hanno determinato una svolta storica nelle modalità di realizzazione e sono state di esempio per gli autori delle generazioni successive. In Nosferatu la vicenda narrata e i protagonisti sono al centro di molteplici valutazioni psicoanalitiche e sociologiche con cui si è cercato di risalire alle origini della sua ideazione, ipotizzando riferimenti alla contemporaneità e metafore la cui densità è paragonabile solo a quanto poi avvenuto con la filmografia di fantascienza statunitense degli anni Cinquanta. Insieme con le interpretazioni metafisiche è plausibile che anche gli sviluppi nell’attualità del periodo abbiamo avuto effetto nelle scelte degli autori. Nosferatu il vampiro – ovvero il Conte Orlok – potrebbe anche rappresentare l’insieme delle potenze dell’Intesa, vincitrici del primo conflitto mondiale, che a Versailles nel 1919 inflissero sanzioni ingenti alla Germania con conseguenze economiche e politiche considerate motivo di quanto accaduto nella successiva fase storica tedesca. Knock – l’agente immobiliare a cui Orlok si rivolge per acquistare una casa in Germania – può essere considerato, per la sua ambiguità, colui che manovra dall’esterno conoscendo, meglio degli altri, le caratteristiche di ognuno dei personaggi principali. Hutter – l’impiegato di Knock che finirà per agevolare, senza volerlo, le intenzioni di Nosferatu – è il rappresentante della piccola-media borghesia che per ambizione, seppure in modo ingenuo, si presta ai disegni oscuri di potenze avverse. Ellen – la moglie di Hutter – rappresenta il cittadino che si sacrifica con l’auspicio di sconfiggere chi vuole sottrarre risorse al popolo tedesco. Nosferatu nasce nel 1443, l’anno in cui Vlad II (Vlad Dracul) inizia un suo, ulteriore, periodo di governo della Valacchia (regione storica nell’area meridionale della Romania, a Sud della Transilvania) con il titolo di Voivoda (“Duca”), fino al 1447 (la fase precedente era stata dal 1436 al 1442). Vlad II è il padre di Vlad III, detto l’Impalatore, anch’egli governatore della Valacchia, la cui notorietà deriva dall’avere utilizzato nei confronti degli Ottomani gli stessi metodi che essi usavano contro i popoli cristiani d’Europa. Vlad III è considerato il corrispondente storico del personaggio letterario di Dracula, sebbene questi abbia riferimento più rilevante alle leggende sui vampiri proprie del folklore carpatico-danubiano poiché l’origine di Vlad III è storicamente modificata nel romanzo di Stoker. La Transilvania è una regione centro-occidentale della Romania, di antichi e persistenti legami con il mondo germanico, dato che nel XII secolo un gruppo di Sassoni si stanziò nell’area per la difesa del territorio che al tempo era il confine meridionale del Regno di Ungheria (Siebenbürgen è la denominazione in tedesco della Transilvania). Il 1443 è anche l’anno della Crociata di Varna, una spedizione di regni europei nei Balcani per fronteggiare l’espansionismo ottomano, condotta da un’alleanza di potenze baltiche, mitteleuropee e danubiane, conclusasi in modo negativo. Nella narrazione di Nosferatu, Varna è uno dei luoghi in cui si diffonde la peste. Intorno al film, durante e dopo, si sono aggregate situazioni e personalità dal profilo marcato. Max Schreck […]

La redazione di Edizioni NPE: intervista a Stefano Romanini

La redazione di Edizioni NPE intervista… la redazione! Una breve chiacchierata con il capo-redattore e ufficio stampa Stefano Romanini, parte del team NPE insieme ad Angelo Zabaglio, Valeria Morelli e Gloria Grieco.   Da sinistra: Stefano Romanini, Chris Weston, Nicola Pesce, Miguel Angel Martin, Ivo Milazzo   La figura del redattore è tra le più complesse della redazione: lavorando sul genere del graphic novel con quali figure deve rapportarsi quotidianamente il redattore e quali sono le sue principali mansioni? La figura del capo-redattore deve necessariamente unire più aspetti della casa editrice: è innanzitutto il primo vero lettore di una proposta, infatti prima ancora che seguirne le fasi della realizzazione, passo dopo passo (coordinando il lavoro dell’autore con quello del service editoriale che ne curerà poi la correzione e la realizzazione dell’impaginato finale), dovrà conciliare il proprio gusto personale con quello della casa editrice e con l’orientamento del suo catalogo, dovendo scegliere anche in base alla maggiore o minore adattabilità del prodotto con quello che viene pubblicato di solito dal proprio editore. Questa valutazione è a tutela non soltanto di un risultato efficace in termini di vendite per l’editore, ma consente anche all’autore stesso di essere scelto sulla scorta di alcune caratteristiche: un redattore di una casa editrice che si occupa principalmente di libri per ragazzi non può pensare di valorizzare un’opera di saggistica dedicata ai maestri del fumetto italiano, per quanto validi possano essere i contenuti del volume. Così come una casa editrice che si occupa di horror avrà difficoltà a valorizzare una proposta di fumetto umoristico. Con l’amico Enzo Rizzi in un lontanissimo 2010: primo autore diventato grande amico di Stefano Romanini   Com’è rapportarsi con gli autori? Quali sono le difficoltà principali nel farlo? Quali sono le principali mansioni di un redattore nel lavorare sulla pubblicazione di un graphic novel? Quale mansione risulta essere la più impegnativa? Quale criterio si utilizza per la scelta di un testo da pubblicare?  Nel rapportarsi ad un autore molto spesso ci si deve spogliare delle vesti di redattore e si devono indossare necessariamente quelle di psicologo: molto autori non hanno ben chiara la prospettiva “commerciale” del loro prodotto, affidandosi a valutazioni personali che non tengono conto della fruibilità/vendibilità della loro proposta. Sta al redattore avere il tatto di mantenere vivo l’entusiasmo dell’autore, pur adeguandolo o uniformandolo ad alcune esigenze di natura editoriale che possano valorizzare meglio il progetto e garantire così all’editore, ma prima ancora all’autore stesso, una vendibilità maggiore. Una copertina fatta in un certo modo, una cover cartonata anziché brossurata, un prezzo contenuto, possono essere delle armi vincenti di cui tenere conto, che spesso gli autori sacrificano in nome dell’artisticità del loro progetto, magari proponendo volumi con grandi foliazioni, con formati bizzarri o con sceneggiature cervellotiche e poco scorrevoli. Stefano Romanini con Ciucciolo, bodyguard ufficiale degli uffici di Edizioni NPE   Un redattore è forse il primo critico ed il primo “amico” dell autore: che tipo di interventi richiede un testo di graphic novel rispetto ad altri generi  e quali competenze sono necessarie per essere un redattore di testi di questo tipo di elaborati? Il lavoro del redattore consiste nel ricevere la proposta, valutarla e infine approvarla. Dopo l’approvazione, la proposta viene seguita passo dopo passo nella sua realizzazione, fino alla consegna finale dell’autore. A quel punto il progetto passa al service editoriale che ne curerà la realizzazione grafica dell’impaginato: anche questa fase dovrà essere monitorata dal redattore in tutti i suoi aspetti. Ognuna di queste fasi risulta impegnativa allo stesso modo. Quale/i  sono stati i testi/o su cui ti è piaciuto di più lavorare e su quale/i  hai avuto […]

I luoghi di Lovecraft: intervista al curatore

  Volete mangiare del buon pesce a Innsmouth? Sognate di organizzare la vostra luna di miele sulle Montagne della Follia? Vi piacerebbe assaggiare una ricetta tipica delle Terre del Sogno? A poche settimane dall’uscita in pre-ordine I luoghi di Lovecraft registra già record di vendite: la prima guida ai luoghi raccontati dal solitario di Providence nelle sue opere è sicuramente uno dei grandi successi del 2018 targati Edizioni NPE. La redazione ha voluto intervistare il curatore del progetto, Michele Mingrone, che ci racconta alcuni aneddoti legati alla genesi di questo folle e incredibile volume. Chi sono Michele Mingrone, Sara Vettori e Caterina Scardillo I Luoghi di Lovecraft è un’opera nata dal lavoro di tre persone. Michele Mingrone, che sarei io, curatore dell’opera e responsabile di buona parte dei testi; Sara Vettori, che ha illustrato tutto il volume; Caterina Scardillo, grafica, impaginatrice e calligrafa. Oltre a noi, hanno partecipato quattro bravissimi autori, ognuno con un capitolo: Andrea Meucci, Federico Guerri, Enrico Panzi e Mehdi Ben Temime. Come è nata l’idea del progetto I Luoghi di Lovecraft? Ho una vera fissazione per i luoghi immaginari della letteratura, da Paperopoli a Hogwarts, dall’Isola del Tesoro di Stevenson alle Città Invisibili di Calvino. L’idea di una guida turistica di luoghi inesistenti mi girava in testa da tempo: da appassionato di Lovecraft ho trovato naturale scegliere la sua opera. Quando è nata la vostra passione per il solitario di Providence? Per me intorno ai 12-13 anni, grazie a un Urania trovato in edicola: Colui che sussurrava nel buio. Caterina lo ha scoperto al liceo grazie a un fumetto: i Miti di Cthulhu di Alberto Breccia, di cui già amava il lavoro sul Mort Cinder di Oesterheld. Per Sara galeotto fu H.R. Giger e le sue illustrazioni del Necronomicon.   È stato complesso realizzare il volume? Non è stato facile: si trattava di unire in modo armonico ironia e filologia, testi e illustrazioni, impaginazione e calligrafia, linguaggio d’epoca e sensibilità moderna, horror e… ricette di cucina! Sicuramente ci siamo divertiti moltissimo a realizzarlo. Perché avete pensato ad Edizioni NPE per la pubblicazione? Ci siamo ispirati in modo maniacale alle guide turistiche del primo ‘900 e cercavamo un editore che ci permettesse di valorizzare quest’aspetto. L’abbiamo trovato in NPE: dei veri professionisti, appassionati, empatici e grandi amanti del mondo di Lovecraft. In quale città lovecraftiana vi piacerebbe soggiornare? Io scelgo Innsmouth: immagino vi si mangi del pesce freschissimo, cosa che apprezzo molto. Sempre che il pesce, ovviamente, non mangi te. Sara vorrebbe dare una sbirciatina nella biblioteca di Arkham e visitare la spettrale Rue d’Auseil al suono della viola di Erich Zann. Caterina è legata a Salem, in particolare per l’immaginario della donna-strega all’interno del folklore americano. Il vostro racconto preferito di Lovecraft? Io e Caterina abbiamo una passione particolare per Il colore venuto dallo spazio, mentre Sara ha un debole per Le montagne della follia. Avete altri progetti in cantiere? Ci piacerebbe dedicarci ad altri luoghi immaginari della letteratura, mantenendo la formula della guida turistica.

Sergio Tisselli: la storia del Maestro tra acquerelli, gli Appennini romagnoli e battaglie nel selvaggio West

Sergio Tisselli è nato a Bologna il 24 gennaio 1957, città in cui si è laureato in storia moderna con una tesi sulla peste che colpì il capoluogo emiliano nel 1600, dalla quale l’artista stesso avrebbe successivamente tratto la sceneggiatura per la storia a fumetti intitolata La costellazione del cane. Fu quest’opera, all’epoca ancora inedita, a colpire Magnus al punto tale che il Maestro puntò, senza indugi, su Sergio per illustrare i tre volumi de Le avventure di Giuseppe Pignata, poi pubblicati dal compianto Luigi Bernardi a partire dal 1993. Il Maestro Roberto Raviola non fece in tempo a vedere pubblicata l’intera opera perché la malattia lo colse nell’autunno del 1993, a Castel del Rio, portandocelo via il 5 febbraio successivo. Risale a quei giorni l’amicizia che mi lega a Sergio, grazie soprattutto alle celebrazioni alidosiane organizzate in ricordo di Roberto. Nel frattempo Sergio si era trasferito a Vado, in comune di Monzuno, per cui ci legava l’Appennino ma anche e soprattutto una cultura fumettistica abbastanza simile: oltre a Magnus, anche Toppi, Battaglia… e il West. Il fatto di vivere nei pressi di Monzuno lo porta a frequentare vari artisti, che gravitano attorno al paesino appenninico e, dall’amicizia con questi nascono interessanti collaborazioni: la tappa successiva a “Pignata” sarebbe stata quella de Le avventure di Kim, liberamente tratte dal romanzo di Kipling, in seguito ad un viaggio in India, dapprima realizzate per la rivista «Mondo Erre» e poi rielaborate e raccolte in volume, grazie alla collaborazione di Valerio Rontini per i testi. È quindi il momento de La locanda dei misteri, per i testi di Maurizio Ascari, cui fanno seguito i disegni per i racconti intitolati Il Satanone Bolognone e L’iperbolica Pomata, scritti da Marco Caroli, quindi le illustrazioni per il volume Quarzo tesoro nascosto con la collaborazione dell’amico Giovanni Degli Esposti Venturi e quelle del libro dedicato a Don Zambrini, assieme al pittore monzunese Raffaele Bartoli. Per la rivista locale «Sevena Setta Sambro» disegna La storia della Bellosta che ballò col diavolo, su testi dello storico locale Adriano Simoncini e in collaborazione con l’amico Lucio Filippucci realizza le copertine di Martin Mystère – L’integrale, per Hazard Edizioni, mentre per i testi del professor Giovanni Brizzi disegna i due volumi a fumetti intitolati Occhi di Lupo e Foreste di morte. Risalgono a quel periodo I tarocchi dei pellerossa e I tarocchi vichinghi, per Edizioni Lo Scarabeo e le numerose collaborazioni con Angelo Nancetti per il MUF di Lucca, confluite in vari portfoli contenenti illustrazioni legate al West e ai nativi d’America, nonché in alcuni volumi e in varie storie a fumetti scritte dallo stesso Nancetti, tra le quali mi pare doveroso ricordare Giacomo Puccini, La Bersagliera e soprattutto Guerre di Frontiera disegnata a quattro mani con Renzo Calegari. A partire dall’anno 2009, in collaborazione con Valeria Cicala e Vittorio Ferorelli, Sergio realizza varie illustrazioni su commissione della Regione Emilia Romagna – Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali, che vengono esposte in alcune mostre a tema dal titolo Nove passi nella storia, Il mondo in un paese e In cerca dell’altrove. È quindi il momento della collaborazione con la casa d’aste Little Nemo Edizioni di Lugano, per la quale Sergio concretizza varie illustrazioni per tre nuovi portfoli sul West e sui nativi Americani, nonché per il volume intitolato 51 storie sugli indiani d’America, scritto da Renato Genovese. A partire dall’anno 2004 ho avuto l’onore di coinvolgerlo, in quel di Castel del Rio, nelle giornate in ricordo del Maestro Raviola e, nell’ottobre del 2008, toccò a lui disegnare il piatto artistico della “Sagra dei Marroni”, già realizzato precedentemente da Magnus. […]

Seven Roots Blues: intervista all’autore Mattia Valentini

La redazione di Edizioni NPE intervista Mattia Valentini, al suo esordio nel mondo dei fumetti, con all’attivo già il suo primo sold-out nell’ultima edizione di Lucca Comics & Games 2018. Il suo Seven Roots Blues è un piccolo gioiello che non è passato inosservato e che sta entusiasmando non soltanto gli appassionati di musica, ma soprattutto tanti ragazzi che per la prima volta si sono avvicinati al mondo del graphic novel.   Sfogliando il tuo libro e osservando la copertina si direbbe che il genere e lo stile che tratti ha una forte matrice noir. Mi sbaglio? Effettivamente il genere Noir è strettamente connesso al mondo del Blues. Non a caso questo tipo di musica nasce e si compone, con gli stilemi con cui lo conosciamo oggi, nei primi del ’900 negli USA, in un ambiente di proibizionismo, recessione e malavita organizzata: l’ambientazione classica del genere Noir. In realtà il Blues ha radici molto più profonde, come il Jazz: sono figlie di una stessa madre, rami di uno stesso albero, l’Africa. I primi Blues non possiamo definirli con esattezza, potevano essere musiche rituali, ritmi tribali, o canti di lavoro. Quello che sappiamo per certo è che il Blues e l’afroamericano sono facce della stessa medaglia.   Sei un autore italiano, che scrive in italiano per una casa editrice che vende libri in Italia. Perchè hai scelto un titolo in inglese? Non pensi che possa essere una scelta penalizzante per chi non ha confidenza con lingue straniere? Ho scelto la lingua inglese per il titolo in quanto il progetto è pensato come fosse un concerto vero e proprio: le varie storie diventano i brani di questa esibizione musicale ed ogni storia ha un titolo sempre in inglese, proprio come fosse il titolo di una canzone Blues. La fonetica anglofona è parte integrante del carattere del Blues, volevo preservare questo sapore, almeno nel titolo. Spesso all’interno delle narrazioni è possibile cogliere dei chiari riferimenti musicali. Per esempio, nella prima storia il prologo è intitolato Turn Around, che nel Blues sta ad indicare il giro melodico di passaggio fra una strofa e l’altra. Le tavole successive sono dodici, 
come le battute di cui è formato un classico giro Blues. Nei racconti successivi non mantengo questa metrica, ma le varie storie avranno comunque una cadenza ritmica ed una struttura precisa, con l’intento di creare una relazione musicale con la composizione fumettistica delle 
tavole. A prima vista le tue tavole sembrano inchiostrate a mano con una tecnica classica ma si evince ad una più attenta osservazione che non vi è inchiostro. Con quale tecnica hai realizzato questo volume? I disegni sono stati realizzati in digitale, dai concept del layout alle matite, all’inchiostrazione, sempre costruita con la stessa metodologia. Anche se poi, tra una storia e l’altra, c’è sempre una 
sottile mutazione dello stile. In passato mi sono visto affrontare le varie sceneggiature con una tecnica grafica ogni volta completamente differente, in base al progetto narrativo e al sapore che mi evocava la narrazione che stavo trattando. In questo caso non è differente, anche se la tecnica rimane la stessa, il segno si evolve storia dopo storia seguendo la linea narrativa scelta. Anche la regia, i tagli di inquadratura, i tempi di narrazione, vanno a caratterizzare e a distinguere le differenti storie. La scelta della tecnica non è mai la mia prima preoccupazione, forse perché mi piace muovermi liberamente in ogni tipo di espressione artistica e tecnica grafica senza timore di affrontarla per la prima volta. Sicuramente da quando ho cominciato a padroneggiare le tecniche digitali uso più raramente quelle classiche, per il semplice motivo che […]

La tana di Pietro Elisei: intervista all’autore

La redazione di Edizioni NPE intervista l’autore rivelazione della edizione 2018 di Lucca Comics & Games, appena terminata, dove il volume ha registrato dopo soli due giorni il sold-out e dove l’artista esordiente ha sorpreso tutto con il suo incredibile talento. Come nasce La tana e come mai questa scelta? Mi sono chiesto moltissime volte perché… perché Kafka? Perché questo racconto? E la sola ed unica risposta che sono riuscito a darmi è stata “perché non proprio Kafka? Perché non proprio La tana?”. Kafka viene considerato uno dei più grandi esistenzialisti, se non il padre di questa corrente di pensiero. Nei suoi racconti, come ne La tana, non c’è via d’uscita, si è intrappolati nelle sue immagini, nelle sue ossessioni senza speranza. Dopo averlo letto una sola volta ho pensato semplicemente “è fatta, eccolo qui il racconto che stavo cercando”. Questo racconto è quello che più di tutti ha saputo trascinarmi nelle sue ansie, nelle sue paure e nei suoi tormenti e il fatto che sia rimasto incompiuto terminando con la frase “Tutto in realtà, è rimasto com’era…” lascia al lettore un’ulteriore senso di smarrimento, un’ulteriore chiave di lettura… un’ulteriore non senso. Ci sono elementi autobiografici nei tuoi lavori? E in questa pubblicazione? In ogni mia linea, in ogni mio graffio e colore, in ogni singola inquadratura c’è sempre un me stesso; quale, non saprei dirlo. Ho avuto e ho tuttora molti me stessi. Mentre disegno non penso molto a chi o cosa sia il soggetto. Disegno e basta, mi lascio trascinare dal gesto e dai graffi che incido nei fogli. Sono molto influenzato dal periodo della mia infanzia e la rimpiango spesso; proprio perché, come diceva Tarkovskij, nell’infanzia tutto è davanti a me e tutto è ancora possibile. In ogni mio lavoro, come ne La tana, c’è sempre qualcosa che si ripete. Le mie ossessioni, le mie voglie, il mio odio, le mie paure, i miei ricordi che forse non svaniranno mai. Possiamo considerare tutti i miei lavori come una grande ed unica ricerca senza fine su me stesso. Al centro di quasi tutte le mie opere c’è l’essere umano, ci sono le contraddizioni e le divergenze tra uomo e donna, ci sono sempre dei bambini (tutti i me stessi passati) e molti specchi… Specchi utilizzati non per riflettere la figura di chi tu sia veramente, ma per rivelare chi tu non sia mai stato. Quali artisti e stili artistici ti hanno ispirato? Ho scoperto e perfezionato questo stile di disegno durante i 2 anni di studio ad Urbino. Non mi ritengo un bravo disegnatore tecnico; mi ritengo invece un attento osservatore. Non ho un preciso modello pittorico a cui ispirarmi; piuttosto vengo molto influenzato dai libri che leggo e dal cinema. Amo registi e scrittori come A. Tarkovskij, K. Kieślowski, D. Jarman, F. Kafka, J. London, J. P. Sartre e tantissimi altri. Mi concentro di più sui concetti che sullo stile pittorico. Per me oggi esistono davvero pochissimi artisti; esiste e regna invece il mercato dell’arte, l’arte reazionaria, l’arte rivoluzionaria, l’arte per il sociale, quando invece per me l’arte vera non ha alcun senso, ecco cosa se ne fa dell’arte un vero artista, nulla. Sono sempre stato premiato per avere la capacità di “entrare in profondità” nei concetti. Quando disegno riguardo ad un tema, lo divoro, scavo dentro ogni sua sfaccettatura per capirne ogni singolo aspetto; io devo diventare quel tema. Io sono i problemi, le gioie, l’inizio e la fine di quel tema. Io non disegno, ma vengo disegnato. Per quanto riguarda la tecnica di disegno, quali sono gli strumenti che prediligi sia per le tue animazioni […]

Bob Dylan – La risposta è nel vento: intervista all’autore

Luigi Formola, sceneggiatore del biopic dedicato a Bob Dylan, nuova uscita della collana Music & Comics, ci racconta come è nata l’idea di questo progetto, che in pochi giorni sta facendo il giro del web, incontrando il favore degli appassionati di fumetto ma, soprattutto, dei fan del cantautore statunitense. La redazione di Edizioni NPE lo ha intervistato per voi: Una domanda per iniziare: chi è Luigi Formola, e com’è nata la passione per il fumetto. Cercherò di essere sintetico: classe ’86, da sempre ho l’ossessione per le storie e per la musica. Ho sempre voluto raccontare ciò che vivevo, osservavo oppure immaginavo. Prima in forma di canzoni, dato che ho militato in una rock band per lungo tempo, e poi sono passato a due forme di racconto simili e antitetiche tra loro: i romanzi e i fumetti. La passione per le nuvole parlanti mi accompagna da sempre, sin da bambino. Tutti leggevano Topolino e io, invece, divoravo i fumetti di Mortal Kombat prima e Dylan Dog poi. A guardarmi oggi, direi che ero un ragazzino sempre sorridente ma che leggeva storie macabre e piene di morte.   Bob Dylan – La riposta è nel vento è il tuo primo lavoro ufficiale. Il volume non è un semplice graphic novel, ma una vera e propria biografia a fumetti. In che modo ti sei documentato e come hai dato corpo alla storia che avevi in mente di narrare? L’idea di scrivere una storia a fumetti che avesse la musica come tema centrale mi fu proposta dall’editore Nicola Pesce. Sapeva dei miei trascorsi nel mondo della musica e mi chiese se avessi in mente un musicista di cui mi sarebbe piaciuto scrivere un fumetto. Bob Dylan fu la prima scelta per tanti motivi: è uno dei pochi ancora in circolazione ad aver attraversato sei decenni, inoltre ha avuto tante evoluzioni come artista e quest’aspetto mi ha sempre affascinato. Dylan è il perfetto esempio di chi resta fedele alla propria identità ma si evolve in continuazione. La storia narrata nel volume parte da una frase che lo stesso Dylan aveva pronunciato in un’intervista. Riguardava un patto che aveva fatto con qualcuno… e ho deciso di ricreare una storia immaginaria riguardo questa vicenda che attraversa tutta la sua carriera. La documentazione è stata lunga e stratificata; ho visto documentari, interviste, live, ho letto alcuni libri sulla sua carriera e sugli aneddoti che hanno caratterizzato il suo personaggio. E spesso, devo ammetterlo, mi sono emozionato davanti alla potenza di un artista che ha reso la musica un manifesto generazionale. Bob Dylan, come hai detto tu stesso, ha una carriera lunga e varia. Immagino che sia una scelta ardua, ma qual è il brano che più ti piace del suo vasto repertorio musicale? La scelta della mia canzone preferita di Bob Dylan si ricollega sempre all’idea di cambiamento. The Times They Are a-Changin’ è una vera e propria dichiarazione del fatto che tutto cambia, che non si può restare ancorati al passato né tantomeno che alcune scelte sociali siano da accettare come tali solo perché ormai sono stratificate nel luogo comune. Forse è una delle canzoni più politiche di Dylan ma penso che sia un quadro chiaro e un monito che tutti noi dovremmo ricordare sempre: si cambia di continuo. Per fortuna! La musica di Bob Dylan è il centro del fumetto. Quale potrebbe essere l’ideale colonna sonora del libro? Il volume si apre con Dylan che suona al Café Wha? agli inizi della sua carriera, nei primi anni ’60, dove si esibiva con Karen Dalton. La colonna sonora è la sua intera discografia, ma se dovessi […]

Cannibal Holocaust 2: intervista a Miguel Ángel Martín

Cannibal Holocaust 2 è il trattamento originale del sequel di Cannibal Holocaust illustrato da Martín: un’opera che è riuscita a far incontrare ed unire il regista del film più censurato della storia con l’autore del comicdom più censurato al mondo. La redazione di Edizioni NPE ha intervistato per voi Miguel Ángel Martín, autore delle illustrazioni di questa opera del tutto inedita e inaspettata. Come è nata questa collaborazione tra i due artisti più censurati del mondo? Tutto nasce da un’idea proposta da Nicola Pesce, che mi è sembrata da subito bellissima!! Io sono un grande ammiratore del film Cannibal Holocaust ed avere l’opportunità di illustrarne il sequel è un piacere ed onore per me. Come è stato lavorare alla sceneggiatura di Cannibal Holocaust 2? Un vero piacere. Il mondo di Cannibal Holocaust è piuttosto vicino al mio. Per prima cosa ho letto il trattamento della sceneggiatura e ho indicato le illustrazioni da fare, il che è stato molto facile. Dopo ho realizzato le matite e successivamente gli inchiostri e i colori. I disegni rappresentano una sorta di story board. Ho voluto concentrarmi soprattutto sull’azione. Non è un libro di immagini silvestri, con paesaggi rigogliosi stile National Geographic: aspettatevi piuttosto violenza grafica, cannibalismo, sangue, divertimento, ha, ha! Il tuo rapporto con Ruggero Deodato? Non ho ancora avuto il piacere di incontrarlo  personalmente. Lo farò sicuramente a Lucca dove saremo entrambi a firmare il libro allo stand della Edizioni NPE. Cosa ti era piaciuto di più del film di Deodato e quando lo hai visto per la prima volta? È un film innovatore e radicale sotto vari aspetti: il concetto documentario, il falso snuff, il cannibalismo e la violenza esplicita. La forza dell’immagine della ragazza impalata è indimenticabile. Cannibal Holocaust è un film di riferimento unico, innovatore e molto influente. Vista la tua analoga esperienza, che opinione hai in riferimento alla censura che colpì la pellicola negli anni ’80? Credo che la censura questo film, come nel mio caso, è stata positiva perché ha contribuito alla pubblicità e promozione del film, e l’ha reso un fenomeno di culto automaticamente, ha, ha! Intervista a cura della redazione di Edizioni NPE   Ricordiamo che di questo volume esiste una edizione limitata in sole 100 copie, con una sovraccoperta differente: bianca, senza sfondo verde e senza il disegno della donna impalata in copertina. La particolarità di questa cover è che ogni singola copia verrà numerata e disegnata da Miguel Ángel Martín durante il Lucca Comics & Games 2018 e autografata da Ruggero Deodato, che firmerà il volume con la frase “Monsieur Cannibal Ruggero Deodato”. Sopra la carta bianca di ogni copia verrà applicata una pellicola trasparente per preservare il disegno.

Out of my Brain: intervista all’autore Andrea Grieco

La redazione di Edizioni NPE ha intervistato Andrea Grieco, autore del saggio Out of my Brain dedicato alla vita artistica e al mondo dell’artista spagnolo Miguel Ángel Martín (che sarà ospite del prossimo Lucca Comics 2018 allo stand Edizioni NPE per autografare e dedicare questo volume e Cannibal Holocaust 2). D-503: La copertina del libro è un disegno molto bello di Miguel, ce ne parli? A.G.: Per me un libro è un oggetto da intendersi nella sua totalità, per cui anche l’immagine che lo presenta è importante e, in linea di massima, penso che le case editrici dovrebbero consentire, se l’autore lo desidera, di prendere parte decisionale alla concezione della copertina. La Edizioni NPE mi ha lasciato campo libero quando è stato il momento di fare scelte in questo senso e quindi ho chiesto a Miguel di realizzare appositamente un disegno  su mia idea e concezione. Palese è il riferimento alla sequenza iniziale del film surrealista Un Chien Andalou di Luis Buñel, soggetto che Miguel aveva già altre volte reinterpretato, ma vi è anche una citazione ad un momento importante di un’opera fondamentale di Martín che, però, lascio sia il lettore a scoprire. Per me quell’ago che si appresta a trafiggere l’occhio deve comunicare che si sta per provare qualcosa che avrà delle conseguenze: è stato così per me quando ho conosciuto l’opera di Miguel e spero che il mio libro possa anch’esso in qualche misura affascinare e conturbare il fruitore.   D-503: Per molto tempo sei stato un critico cinematografico e letterario, come nasce la scelta di fare di un fumettista il soggetto di un tuo libro? A.G.: Premetto che io stesso faccio un’incredibile fatica a capire cosa sono o sono stato, ma in fondo non vedo alcuna contraddizione tra queste e altre mie passioni e professioni; innanzitutto perché sono tutte incentrate sulle forme e i mezzi d’espressione, e perché l’arte sequenziale, che tra l’altro adotta in maniera intrinseca alcune componenti e strategie visive come il cinema e altre verbali affini alla letteratura, rappresenta un crogiolo di soluzioni narrative ed emozionali rilevante, per di più non ancora del tutto esplorato né analizzato. Bisogna poi ricordare che lo stesso Miguel tende a inscrivere la sua produzione nel novero dell’arte letteraria e che, giustamente, si vede in buona compagnia di autori come Sade, Pasolini o Burroughs più che con l’universo Marvel, Disney o Bonelli, tanto per dire. Non è poi superfluo sottolineare che Martín è un autore raffinato e complesso, le cui storie, per poter essere apprezzate e comprese in maniera più completa e corroborante, richiedono conoscenze che spaziano dall’ambito creativo a campi disciplinari che vanno dalla sociologia alla filosofia, dalla futurologia alla pornografia, da cui provengono innumerevoli suggestioni che vanno ad impregnare le sue tavole. Insomma, c’è di che pensare e divertirsi.   D-503: Quando hai deciso di scrivere quello che è, di fatto, il primo e unico libro monografico e analitico su questo straordinario autore, quali problemi o dubbi hai avuto? A.G.: Occorre sottolineare che scrivo perché mi piace e perché farlo mi dà modo di focalizzare e approfondire visioni o concetti, quindi riesco solo quando mi concentro su cose che mi interessano davvero. Nelle pagine introduttive di Out of my Brain narro di quando conobbi Miguel e le sue sconvolgenti opere, da allora si è instaurata un’amicizia che va avanti da decenni e che ci ha visti coinvolti in numerosi progetti. In questo lungo periodo ho avuto modo di constatare da vicino – per qualche verso ora potrei dire anche dall’interno – che Miguel continuava ad elaborare con tenacia e coerenza un suo mondo attraverso uno stile inimitabile, […]